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Cosa succede

Giorni difficili. Lavoro, preparazione di un convegno che (per fortuna) si svolgerà ad Amalfi, il tempo che fa schifo, un raffreddore allucinante, tristezze sparse per cui non ho rimedio.
Esisto, ma qualche volta ne dubito.
Sto leggendo "Ferito a morte" di Raffaele La Capria. Un bel libro che riflette, però, tutti i limiti della narrativa italiana. Ma avrò tempo di parlarne (spero).

Anziché Gomorra o Il Divo sono andato a vedere il quarto Indiana Jones (i privilegi di avere un figlio undicenne….).
Anche lì di cose da dire ce ne sarebbero.
Mi limito a una.
Mi è venuto in mente un saggio che negli anni ottanta ebbe una discreta eco, Il più brutto del mondo di Paolo Bertetto. L’oggetto era "il cinema italiano". Autoriale, noioso, autoreferenziale. Il più bello del mondo era, manco a dirlo, quello americano, quello di Spielberg in particolare, e come epitome del cinema spielberghiano, Indiana Jones.
Perché? Perché (vado a memoria) Indiana Jones rappresenta lo spirito avventuroso dell’adolescenza (laddove ET rappresenta il lato infantile).
Ora, mio figlio ha undici anni e non posso dire sia tecnicamente un adolescente.
Al cinema gli spettatori avevano in media otto-nove anni (genitori a parte).
indiana Jones non è più un film per adolescenti. Gli adolescenti sono cresciuti e guardano Sex and the city.
Ma chi lo ha deciso? Lo ha deciso l’industria del giocattolo, dell’entertainment, che ha a poco a poco retrocesso i limiti di età della frizione del prodotto da somministrare in dosi sempre più massicce e improprie.
Io ho ricevuto un Lego specializzato in costruzione di case come regalo degli esami di Quinta elementare (gioco che ho adorato). Alle medie si cominciava a giocare a Subbuteo. C’era – è banale dirlo – una sostanziale adesione fra età anagrafica e cose da fare.
Poi si cresceva, tutto d’un botto. Politica, sigarette, ragazze. Vacanze da soli.

Io non penso proprio che i bambini e i ragazzi siano geneticamente modificati. A mio figlio, con un certo sforzo (nostro) abbiamo negato fino ad ora telefonini, nintendo e playstation. Guarda molta TV, ma con un certo gusto (è stato educato a Looney tunes e Topolino, come negli anni sessanta) e non è un disadattato. Legge e scrive in modo molto brillante. Gli piace la compagnia.
Le responsabilità sono chiare. La diabolica alleanza genitori-nonni-industria ha devastato l’immaginazione e la creatività di una generazione. Ha bruciato come avrebbe fatto l’LSD la corteccia neuronale di bambini inondati da dosi sempre massicce di proposte anticipate.
Sono stati derubati del tempo della crescita.

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  1. utente anonimo
    9 giugno 2008 alle 12:50

    c’è anche da dire che per qualche centinaia di migliaia d’anni gli umani sono andati avanti a partorire già verso il 13° anno d’età. magari siamo noi che avevamo infantilizzato un po’ troppo.

    e che indiana fosse adatto agli adolescenti degli anni ’80 mi pare una svista di bertetto: lo guardavano adulti e bambini anche allora (soprattutto adulti…), gli adolescenti guardavano fuga da new york

    bg

  2. bsq
    9 giugno 2008 alle 13:09

    Quello che dici su Bertetto può essere vero. Nel senso che probabilmente Bertetto si riferiva alla “sua” adolescenza (non so quanti anni avesse allora B., ma almeno 35 se non di più, quindi era stato adolescente alla fine dei 60). Però è senz’altro vero che la “mia” adolescenza (diciamo pre-adolescenza: 12-14) me la ricordo bene e mi ricordo bene la “mia” infanzia, i giochi che facevo e li posso paragonare a quelli che fanno oggi i bambini di 7-10 anni.
    Ciao,
    Ezio

  3. utente anonimo
    9 giugno 2008 alle 13:35

    non saprei, in fatto di giochi dei bimbi d’oggi sono ancora agli inizi.
    ci sarebbero però controesempi che testimoniano che su alcune cose una volta si maturava prima (e su alcune dopo, of course). per dire, mi ricordo che alla mia prima manifestazione di piazza andai che facevo la terza media… (era il ’76, però). te lo vedi un tredicenne politicizzato, oggi? Invece son pronto a scommettere che noi eravamo molto ma molto più tonti di oggi in questioni sessuali.
    (naturalmente dipende anche dall’ambiente sociale di provenienza, i bimbi di strada notoriamente smettono di giocare a 5 anni…)

  4. bsq
    9 giugno 2008 alle 15:48

    Certo, la classe sociale di appartenenza conta, eccome.
    e.

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