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Scrivere come terapia

Sono consapevole che scrivere sia fare i conti con se stessi. Non credo però al valore terapeutico della scrittura. Piuttosto io direi che sia un venire a patti con i propri fantasmi, o mostri, cercare un accordo indispensabile a sopravvivere, che mi pare l’unico obiettivo conseguibile.

Scrivere per se stessi, tirar fuori il mostro e dargli una forma leggibile, forse, può portare a qualche risultato. Ma scrivere per se stessi soltanto è sufficiente? Il racconto basta a se stesso? La presenza di occhi estranei e famelici o irridenti o quantomeno neutrali non è condizione necessaria a che il mostro, divenuto di tutti, cambi la sua natura, i  suoi scopi?
E d’altra parte la pubblicazione non deve necessariamente passare per una rielaborazione della materia originaria, sofisticata, stravolta, se serve, per il bene del racconto?
O il cambiamento è anch’esso uno dei modi di arrivare a capire se stessi, e anche come si circuisce il mostro è illuminante e utile? Pur non avendone consapevolezza?
E la consapevolezza tecnica, indispensabile a garantire la qualità oggettiva, senza cui un testo è impubblicabile, o di così scarso valore da essere “nullo” (per qualunque scopo) non è in ogni caso nemica della terapia?

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Categorie:a fari spenti, scrivere
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