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Un po’ di riposo

Le solite cose. Lavoro stupido e faticosissimo. Una bronchite tanto per gradire.
Allora mi sono letto Alta fedeltà, di Nick Hornby.

Dovete sapere che io provo una discreta invidia per Nick Hornby. Uno che sa scrivere, che dice cose sensate e divertenti, che può leggere chiunque, persino io. Che può assimilare nella lettura me a una parrucchiera (la professione scelta come esempio non è farina del mio sacco – e perciò non mi scuserò con le simpatiche signorine ipertruccate e dagli orribili fuseaux neri  messi sotto le tunichette celestine da lavoro – ma dello stesso Hornby, che imputa alla letteratura "alta" l’incapacità di sapersi rivolgere in modo onesto e dignitoso a qualsiasi lettore, dall’intellettuale, appunto alla parrucchiera).

Sapete cos’è Anobii, giusto? Un social network dedicato ai libri.
Bene. Recentemente ho letto Una storia romantica, di Antonio Scurati (altri 40 utenti di Anobii dichiarano di averlo in lettura); ho letto Una sposa liberata, di Yehoshua (altri 152 lo hanno nella loro libreria), E ancora: Il labirinto delle passioni perdute, di Romolo Bugaro (18). Libri un po’ di nicchia, me ne rendo conto.
Alta fedeltà ce l’hanno 2.135 lettori.

Questo cosa significa? Che è un libro molto popolare. Che Hornby è uno scrittore popolare, come in definitiva ce ne sono tanti. Niente di più. Ne prendiamo atto. Però Hornby lo sento più vicino di Rowling, o di un Clive Cussler qualunque. E’ uno con cui volentieri andrei a farmi una birra, a parlare di calcio e di letteratura e a chiedergli qualche consiglio.

Il libro?
La cosa più riuscita secondo me è questa: a un certo punto il protagonista si rende conto che tutta la sua ipotetica saggezza sui fatti sentimentali della vita derivante da una mostruosa cultura fondata sulla musica pop, in realtà non serve a un bel niente, specie a confronto con la sana cultura vincente del mondo: ottimista, dura, votata al successo.
Lo dice, e anche se passa la gran parte della sua vita a dibattersi se quello che fa lo renda felice o se non sarebbe meglio se fosse fatto in un altro modo, ma in definitiva perché non piacersi così com’è… in realtà non lo pensa, è chiaro.
E la prova è proprio il libro stesso, il veicolo cui l’autore affida l’amara costatazione del suo personaggio. Che è esattamente questo: una canzone pop, con i suoi sentimentalismi al punto giusto, la necessaria quantità di umori da condividere, di storie in cui rispecchiarsi, non una cosa su cui arrovellarsi, ma un simpatico compagno di strada che rende il tutto più piacevole. Anche nel piccolo dolore quotidiano.

Questo scarto del punto di vista, mai dichiarato nel testo, ma lasciato nella condensazione di verità che avvolge il romanzo è la prova che Hornby non è Rob Fleming (il suo protagonista), e questo ne fa uno scrittore vero.

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Categorie:-, letture Tag:
  1. 26 febbraio 2008 alle 13:53

    anche se non faccio la parrucchiera Hornby lo leggo volentieri…non lo invidio…ha un figlio autistico.

  2. bsq
    26 febbraio 2008 alle 15:24

    Sì lo so. Una cosa che mi ha molto colpito, proprio visto il tipo…. Certo da quel punto di vista lì, invidia no di sicuro. Rispetto, molto.
    Ezio

  3. 27 febbraio 2008 alle 23:06

    io sì. lo invidio decisamente. quel che scrive e come lo scrive è semplicemente perfetto. e hai ragione, Hornby si rivolge a tutti, come dovrebbe saper fare chiunque.
    di suo ho letto praticamente tutto, anche una vita da lettore, da cui ho tratto svariati titoli scoprendo con disappunto che non sono tradotti e distribuiti in italia. vabbé.

  4. 5 marzo 2008 alle 14:15

    Anche a me piace tantissimo Hornby. Dedicato ai bimbi autistici è un libro che lui ha curato e pubblicato qualche anno fa, una raccolta di racconti di scrittori inglesi, tra cui Roddy Doyle, Zadie Smith, Dave Eggers… tutti molto piacevoli. E bellissima a lievissima è la presentazione di Hornby in cui racconta, appunto, del suo essere genitore di un figlio autistico.
    Il libro si intitolava “Le parole per dirlo”.

  5. utente anonimo
    9 marzo 2008 alle 12:09

    “Lavoro stupido e faticosissimo”

    Se è stupido non è il cassiere del supermercato o l’uomo delle pulizie, che pur essendo faticosi abbisognano di un’alta intelligenza passiva (ovvero resistenza mentale) per non impazzire (il cassiere) o deprimersi (l’uomo delle pulizie). Allora sono curioso e pettegolo, cosa fa di tanto stupido e faticoso??

    Bel blog comunque.

  6. bsq
    10 marzo 2008 alle 13:38

    Grazie per il ‘bel blog’.

    Di per sé il lavoro non sarebbe né stupido né faticosissimo. Ma nella fattispecie lo è, o lo è stato, cioè le cose che sto facendo da due mesi a questa parte, sono faticosissime e stupide.
    Mi occupo di acquisizione, gestione e messa in rete di risorse elettroniche (banche dati, periodici), nonché di produzione di documenti digitali per una grande università della capitale.
    Spesso però il lato meramente amministrativo prevale sul resto.
    Ciao,
    ezio

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