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Due parole su un monumento

Ieri sera ho visto buona parte di Ladri di biciclette, di Vittorio De Sica. Lo davano su Iris (digitale terrestre gratuito, seguitela, anche se è robabiscionica – cosa non lo è?).

Ladri di biciclette è un film che mi è indigesto. E’ una cosa che ho messo a fuoco ieri sera.
E’ un film sfiancante, crudele oltre ogni misura. Una pietra miliare, ovvio, questo non è in discussione. L’asciuttezza della regia, la diabolica presa di distanza dalla materia raccontata (ivi incluse le facce dei comprimari, quelle dei protagonisti, i fatti narrati e le voci, l’assolata remota lacerata e veramente orrenda Roma del dopoguerra) hanno fatto giustamente scuola. Per un po’. Poi ce ne siamo dimenticati.

La forma rigida e severa (che forse apprezziamo tanto più oggi che la forma, né rigida né elastica, né severa né accondiscendente è più argomento intrinseco al fare cinema) è la naturale confezione di una storia priva di pietà.
Ladri di biciclette è la storia più spietata che mai sia stata raccontata. Spietata è dire poco. Spietata non rende bene l’etimologia. Dirò allora l’opera più priva di misericordia che io conosca.

E non è tanto la crudeltà di cui è vittima Antonio Ricci-Lamberto Maggiorani a farne una storia priva di misericordia (qualcuno si ricordava che Maggiorani interpreta "Antonio Ricci"? la sua nullità ne ha cancellato persino il nome). E’ Antonio Ricci ad essere un personaggio che non ha, non può avere, non merita, non sa cercarsi la misericordia. Ricci è l’uomo elementare che non sa come far valere i suoi diritti. E’ il grado zero della uomità.
Definirlo "perdente" è fin troppo. Non è "umile" è  "misero", è il senza tutto, senza la dignità, senza carattere. Non è il "povero", non è l’"offeso". E’ una nullità. Zero come uomo, e zero come padre. Siamo quasi contenti che gli abbiano fregato per due volte la bicicletta. Un fesso così che cosa si sarebbe meritato di diverso?
E suo figlio? Un impiastro inutile, non fa domande, accetta tutto il male possibile, non capisce, non reagisce. Un piagnone che vuol bene a quell’idiota di suo padre.

E la folla? Il male assoluto. Almeno, con un po’ di sale in zucca. Freddi, calcolatori, senza una seppur minima considerazione per il dramma del pover’uomo (e come dar loro torto?). Sono la personificazione del luogocomune, del pensiero meschino dominante, della miserabile microfurbizia trasteverina e testaccina, piccolissimoborghese e plebea qual tanto che basta a saper sgomitare e a farsi bene gli affari propri.

In tutto questo, dicevo, Roma. Abbagliante, sfigurata, ferita dalla guerra e dai cantieri, lurida, melmosa, abbacinante e anonima. Volgare, ipocrita. Una città senza speranza, né nella funerea allucinante "messa del povero", né nella ministeriale "casa chiusa" (quanto di meno erotico si possa immaginare), folla che va ad assistere alla partita di calcio, o che ne esce, rilassata, alterata, costituendosi come il flusso umano nel quale padre e figlio si sciolgono, entità indistinguibili e senza futuro.

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