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Niente da capire

Nessun giornale ha omesso di dire che la strage di Helsinki era stata preannunciata con un video su YouTube (sebbene, una volta visto, si può dire che il video di per sé non “preannuncia” granché, più che altro allude, ma questo ora non è importante).

Nessun organo di informazione ha omesso di ricordare che Raffaele e Amanda scrivessero su un blog (o giù di lì: quello di Amanda non è nemmeno propriamente un blog).

Cosa cambia ai fini della comprensione di quello che hanno fatto costoro, la loro presenza nella rete?

Niente, pensavo.

Tuttavia la notizia non sarebbe completa senza questa annotazione. Perché? Ancora oggi, a tre giorni dall’uscita di questa scoperta, sulla home page di Repubblica.it resistono i link ai due blog. Cosa indicano? cosa vogliono dirci? Perché fanno parte della notizia?

Si saccheggiano i blog in cerca di indizi, se non di prove, premonizioni. Raffaele è un tipo violento, è strano, è ambiguo, fa uso di droghe, di armi, fa una vita irregolare.

Sbagliato. Raffaele non è nulla di tutto questo.
Perché ho scritto, a caldo, che dopo aver letto il suo blog non avrei avuto nulla da dire? Per 2 motivi. 1) Perché nei post di RS non c’è nulla di diverso da quello che avremmo potuto trovare nel blog di chiunque. Di qualsiasi altro ragazzo che va in Germania per l’Erasmus, perda tempo a cazzeggiare invece di fare esami, andare alle feste, fumare  qualche spinello, bere. E’ un ragazzo perbene. E’ un ragazzo tipo. Di Amanda c’è ancora meno da dire. Il suo diario in pubblico è povero di qualsiasi spunto interessante, morboso, indiziario. Ci sono pochi post, a dire il vero non è neppure un vero e proprio blog. E’ un gioco ricevuto e utilizzato, per poco, come controvoglia.

2) Perché ero certo che presto o tardi sarebbe arrivato il brunovespa di turno a spiegarci come e perché internet, i blog, scatenano i mostri che dormono inquieti dentro di noi.

E’ arrivato ieri era Primo Piano del TG3 il professor Andreoli a spiegarci, enfatico, razionalista e sorridente come sempre, imperturbato da ogni catastrofe psichica o sociale, corazzato com’è dalle sue certezze, che internet è il luogo della dissociazione, dove tutto è consentito, dove si proietta l’anima nera senza elaborarla, semplicemente dandole fiato e possibilità. E ci ha detto, svolazzando nell’etere catodica sollevato dalla levità della sua capigliatura, che i due natural born killer Raffaele e Amanda hanno vissuto la replica dello stesso identico (i-den -ti-co) meccanismo di frammentazione della realtà che è tipico della rete, che non ha un prima o un dopo, che è fuori dalle dipendenze spaziali e sociali. E’ l’altrove, il luogo della solitudine e della disperazione, dove essere l’altro che vorremmo essere e non siamo.

La loro crudeltà è stata messa in atto prima nei blog, poi nella realtà che è diventata una micidiale appendice della loro follia.

Ecco perché ho scritto: non ho niente da dire. Perché ho letto i due blog. E non c’è niente da dire.

Quello che ho da dire è che mi fa paura l’assiomatica verità astratta dell’autorevolissimo professor Andreoli che un GIP qualsiasi chiamerà a fare una perizia e con la sua gioviale e granitica sicurezza associerà senza alcuna perplessità un prima a un dopo, introdurrà nelle case di milioni di cittadini il dubbio che internet è un luogo molto, molto pericoloso (come i telefonini, peraltro: http://mbf.blogs.com/mbf/2007/02/this_is_so_wron.html) dove i fantasmi e i lupi si incontrano in baccanali dionisiaci che non possono che partorire mostri terribili e, dopo aver fumato uno spinello, a uccidere una simpatica, innocente, ragazza ingelse.

La realtà, però, mi dispiace per il tetragono Andreoli, è, per un verso, forse peggio di come ce la racconta lui. E la realtà è che Raffaele e Amanda sono ragazzi come tanti. Come tutti. E che non c’è una prima che spiega un dopo. E che i loro blog non ci suggerisono proprio nulla, perché è come se i loro vestiti ci suggerissero qualcosa, è come se il collegio dove Raffaele aveva vissuto fino a qualche tempo prima potesse darci una spiegazione; come se i suoi giochi, le sue bevute, le sue aspirazioni, e le sue paure possano adesso dirci qualcosa di lui (sempre che ad uccidere Meredith sia stato lui….)

E che la rassicurante razionalità di cui la saggezza appena appena squilibrata dal sorriso acceso dello psichiatra pazzo si fa portabandiera, a me non spiega nulla. Serve solo a tracciare linee di confine, a incasellare dentro schedari comodi e proiettati verso una sistematizzazione dell’inconscio come fosse una materia interpretabile con pochi, precisi strumenti.

Mi sento schiacciato e infastidito dalla sua ecumenica capacità di tranquillizzare chiamando in correo la tecnologia:  telefonini, internet, videogiochi.

Con il risultato, un po’ paradossale, di abbandonare al loro destino di innocenti per caso i milioni di non-assassini, di non-devianti che partendo dalla stessa linea di partenza hanno trovato pace nella complicata e indecifrabile realtà della vita, dolorosa o meno, di tutti i giorni.

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