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Fuori dal coro

Un’altra delle sue manie erano gli arrangiamenti musicali.

Quando canticchiava una canzone non ne ripeteva mai il motivo principale, la melodia. Lui cantava il contrappunto, il giro del basso, il ritmo della batteria, il controcanto. Quando ci si metteva di impegno riusciva a cantare tutto questocontemporaneamente.
Per questo la sua ragazza di allora lo detestava. Lei amava la musica come tutte le persone normali, cioè quando una canzone le piaceva cantava il ritornello senza sforzarsi di replicare l’originale. O forse, sì, si sforzava, ma non ci si avvicinava neppure, ma il suo non sembrava uno sforzo fallito, solo la sua voce che cantava la canzone famosa di un altro. Lui invece, per prima cosa, provava a cantare tutte le notine di coloritura, naturalmente con l’intonazione giusta, la voce se non proprio uguale almeno molto simile, e poi attaccava con l’arrangiamento. Fino a che nessuno era più in grado di riconoscere che cosa stava cantando.
Era orgogliosissimo di questo suo talento, specie considerato che non era un musicista professionista, e che non aveva studiato musica. La sua, lo riconosceva, era solo una fissazione. Non suonava alcuno strumento, detestava cantare in un coro, cosa che invece la sua ragazza di allora, e anche quella subito dopo, non quella dopo ancora e nemmeno l’attuale, invece faceva. Una cosa che adorava: perché non vieni tu che sei tanto bravo?
Appunto, rispondeva lui. Hai presente un coro? Cosa è un coro?
No, dmmelo tu.

Un coro: un frustrato che si crede Muti e 30 assatanati che non gliene frega niente in cerca solo di avventure platoniche fatte di sguardi e improbabili inviti a cena dopo le prove.
Lei lo detestava e lo lasciò, per tanti altri motivi, ma questo fu quello che forse l’aveva più mandata in bestia: la sua arroganza, il suo senso di superiorità (non aveva altro modo per definirlo: senso di superiorità, che per lei era l’offesa più terribile si potesse rivolgere a un ragazzo, mentre per lui era chiaramente un complimento).
Quando si lasciarono lui le disse che doveva piantarla di star lì a definire ogni secondo i rapporti di forza; era convinto di questa cosa: che in ogni rapporto ciò che contava era  misurare i rapporti di forza, ma non è che ci credesse poi tanto, anche perché non era proprio sicuro del significato: l’aveva sentito dire alla sorella di un suo amico e gli era piaciuta, anche se non era riuscito a trovarne un’applicazione concreta. La sua ragazza di allora fu molto colpita da questa osservazione, e stette su lì a ripensarla cercando di capire dove avesse sbagliato, perché se un effetto aveva avuto, quella frase, era di averla collocata nel lato debole del loro rapporto di forza, procurandole sensi di colpa.
Anche per questi aveva deciso di lasciarlo. Per i sensi di colpa. Non si può stabilire un rapporto con un ragazzo fondato sui sensi di colpa, anche se c’erano di mezzo i sentimenti.
Lui invece non dava peso ai sensi di colpa.
Oh, al diavolo, pensava, i sensi di colpa. Lui ne era pieno. Cosa doveva fare? Rinunciare a vivere? I sensi di colpa mettono tutto in equilibrio. Sono un utile salvacondotto (quando è il partner a portarseli dentro) o un modo per aggirare gli ostacoli, un cambio favorevole in un paese straniero. Sono come il controcanto di una canzone. Per questo detestava cantare in un coro. In un coro tu hai una parte assegnata e di lì non ti puoi muovere. Quella devi cantare e basta. Il risultato? Sì, il risultato. Ma il risultato non era quello che gli interessava. Quello che interessava a lui era coincidere con il risultato. Essere il risultato, non una sua particella. Le particelle sono per gli sconfitti. Le sezioni di un coro erano come mattoncini di una personalità complessa ma arida, morigerata, falsa.

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