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Parata militare

Il due di giugno fu una giornata di sole e il vento fresco si infilava nelle strade vuote seguendo la traccia di un itinerario preciso.
Alle nove e mezza alla televisione cominciò la cronaca della parata militare. Per i gemelli, che non ne avevano mai vista una, fu una festa. Alle dieci arrivò in tribuna il presidente, e iniziò a sfilare la banda dell’esercito: era la prima volta, e forse per l’emozione il direttore sbagliò il lancio in aria del bastone sfiorando il clarinettista della prima fila facendogli cadere in terra il cappello. Al passaggio dei bersaglieri i gemelli si misero a imitarli, correndo in giro per casa. Dopo pranzo Antonio disse a Luisa: “Portiamo i bambini al Pincio a vedere i burattini?”
“Che bella idea! Solo che…”
“Non puoi.”
“Come facevi a saperlo?”
“Non lo sapevo infatti. Dalla tua faccia.”
“Aspetto il figlio dei vicini. Per una ripetizione.”
“Digli che hai un impegno.”
“Gliel’ho promesso… Andate voi, eh bambini?” I bambini dissero di sì.

Arrivati a Villa Borghese, spinti dal padre i gemelli si mescolarono, intimiditi ma eccitati, agli altri bambini già ammassati sotto il teatrino.
Antonio, rassicurandoli con un sorriso, si sistemò dietro di loro, a una certa distanza, mettendosi a guardare lo spettacolo protetto dalla sua caratteristica paura di farsi coinvolgere.
Si voltò verso la parte del cielo dove si stavano addensando nuvole violacee di un probabile temporale. Sentì la voce alle sue spalle, la voce opaca e matura che aspettava.
Anna si stava avvicinando.
Antonio pensò, vedendola: "Ora basta, così non può più andare avanti." Era la frase che aveva pensato nel momento in cui le aveva concesso questo appuntamento, la stessa che aveva in mente uscendo di casa; era quello che aveva pensato in macchina, mentre i bambini giocavano per conto loro nel sedile posteriore.
Indossava lo stesso vestito blu senza maniche del loro incontro di un mese prima, alla stazione Termini. Stavolta portava anche i guanti bianchi.

[…]

Quello stesso giorno Paolo era arrivato a Roma da Milano con un aereo che lo aveva sbarcato a Fiumicino poco dopo le undici del mattino. La pista era battuta da un vento umido che si appiccicava alla pelle come una ragnatela.
Si sentì solo, mentre in taxi percorreva l’autostrada verso Roma, ad una andatura lenta oltre ogni legittima prudenza.
Sulla via Cristoforo Colombo, nella corsia opposta, si andava esaurendo, alimentata dagli ultimi ritardatari, la coda delle macchine dirette al mare. La città si era svuotata e lo sorprese l’assenza di ogni segno di vita: vedeva il colore dei semafori quattro incroci più in là, e quando vi arrivava aveva la sensazione che qualcosa fosse già cambiato. Quel vuoto ostinato pareva volesse esprimere un sentimento, ma Paolo non arrivava a chiarire a se stesso quale.
Notò una donna con il fazzoletto annodato sotto il mento e un paio di occhiali neri alla fermata dell’autobus di piazza dei Navigatori. Normalmente non se ne vedevano di donne così in giro, pensò.
Sporgendosi dal finestrino vide grossi aerei sfilare verso via dei Fori Imperiali, con un rombo cupo, per poi proseguire verso la caligine dell’orizzonte, come elefanti dopo il numero al circo. Dopo qualche minuto fu la volta degli elicotteri pesanti, e poi di un altro stormo di aerei marroni e grigi, goffi, così bassi che quasi si potevano scorgere i piloti scambiarsi le ultime impressioni un attimo prima dell’uscita in scena.
Agli incroci i venditori di palloncini si univano ai bambini nel guardare incantati quel passaggio che voleva simulare con quell’andatura marziale un qualcosa di eroico, il ricordo vivo di una vittoria recente.
Antonio, Luisa e i bambini in quei momenti, condividendo la stessa eccitazione, facevano la spola fra il televisore, nel salotto, e il balcone, da dove potevano intravedere gli aerei, un attimo prima inquadrati dalle telecamere, guadagnare soddisfatti la via della pista dell’aeroporto. Comparivano all’improvviso fra i tetti dei palazzi come una magia, bassissimi, per poi subito scomparire lontani. Quella staffetta continua fra la televisione e il cielo, che permetteva di valutare facilmente la differenza fra i modellini che apparivano nello schermo e le reali impressionanti dimensioni degli aeroplani, era davvero uno spettacolo: come se la porta che mette in comunicazione il mondo reale con quello della fantasia fosse stata dimenticata aperta.

(dal mio più o meno inedito primo romanzo, cui sono molto affezionato e sul quale prima o poi troverò il tempo di rimettere le mani, Segreti di famiglia, scaricabile, in una sua archeologica versione, qui)

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