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Conoscete per caso una ragazza di Roma

Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all’anima


Ho buona memoria. Se si parla di un certo modo di fare politica, per molti nel ’77 è finito tutto. Il ’77 era cominciato per lo meno due anni prima, nel 1975. Già allora, infatti, a scuola si facevano di continuo picchetti per non permettere a nessuno di entrare quando c’era sciopero. Si facevano assemblee non autorizzate. Si andava alle manifestazioni non autorizzate. Si cercava di fare tutto ciò che non era autorizzato. Il sabato pomeriggio si andava nella sezione del PCI di viaGiannone per stampare ciclinprop (non autorizzati). Cantavamo "Piccola storia ignobile" e "La locomotiva". Sempre innamorati della persona sbagliata. Eravamo protagonisti eccitati (e malinconici) della nostra crescita. Non avevamo nessuno strumento di analisi, ma era bellissimo così.
Poi è arrivato il ’77, ed è finito tutto.
Ho buona memoria. L’autogestione (era marzo, non c’era molto freddo, la giacca di velluto era sufficiente); le manifestazioni controllate dagli autonomi, l’omicidio di Walter Rossi (e siamo a settembre). E tutto il resto (morti di qua e di là, in una mattanza arcaica senza capo né coda).

AULA_I340 Sono entrato all’università nel novembre del 1979. L’Aula 1 di Lettere non è come la vedete nella foto, oggi. Sembrava un tempio abbandonato in tutta fretta da parte degli adepti di una religione dichiarata illegale, o blasfema, da un giorno all’altro. Le scritte erano quelle del ’77 ma era come se slogan, simboli, firme fossero le tracce dei fantasmi che le avevano nel frattempo disconosciute. Sembravano tracce apocrife di un passato remoto. Erano passati solo due anni. Lo chiamavano "riflusso".
Paradossalmente in questo naufragio in contumacia, ora che sono passati 30 anni, io vedo invece il lascito positivo del ’77.
A partire infatti da quell’anno, la radicalizzazione violenta della lotta politica ha permesso di liberare energie personali, sentimentali che non sconfessavano la propria origine.

"nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe"

Atlantide, di Francesco De Gregori,  uscì nel 1976, all’interno dell’album Bufalo Bill. La canzone di un "dopo" raccontato prima (fatalità: nel ’76 uscì anche "Nel corso del tempo" d Wim Wenders, l’altro manifesto intimista di una generazione perduta; del ’77 è invece "L’amico americano": la maturità del racconto metaforico. La libertà del racconto metaforico: quanto abbiamo dovuto aspettare noi per capirlo?).

Lui adesso vive in California / da sette anni sotto una veranda / ad aspettare le nuvole

Avere capito le cose in anticipo non era stato un buon affare per chi si era trovato assaltato sul palco, a Milano, solo perché parlava di sentimenti, e faceva pagare un biglietto perassistere a un concerto. Però il ’77 ha fatto piazza pulita di questo. Insieme a molte altre cose.

Ora lui vive nel terzo raggio / dove ha imparato a non fare domande del tipo: / "Conoscete per caso una ragazza di Roma / la cui faccia ricorda i crollo di una diga?"

Inaudito. Era un mondo nuovo, vivo, concreto e poetico allo stesso tempo. Una scoperta traumatizzante e prematura. Non si parlava di bombe, di pistole, di operai e di padroni (evidentemente noi cantavamo anche Contessa e E tu querida presentia comandante Che Guevara), ma era lo stesso una cosa che ci apparteneva. Entrava nelle stanze di ciascuno di noi, spiava nei quaderni, nelle collezioni di dischi e di ricordi. Ma non lo dicevamo troppo ad alta voce.

Io la conobbi un giorno e imparai il suo nome / ma mi portò lontano il vizio dell’amore

Vivere ad Atlantide, o in California, o nel Terzo Raggio, per l’uomo di passaggio voleva dire avere già una storia alle spalle, una ferita non ricucibile, una disperazione attiva, politica e intima nello stesso tempo. E ora era anche possibile cantarla, capirla, farla propria. Era ritagliarsi addosso una maturità inconsapevole, una onorevole sconfitta che però dava forza.

Ditele che l’ho perduta quando l’ho capita / ditele che la perdono per averla tradita

Sono passati 30 anni. Sono 30 anni che mi chiedo cosa voglia dire. Sento che dietro quella felice contraddizione vogler_Kreuzersi nasconde un significato che è meglio non conoscere, una verità scomoda, una debolezza inconfessabile. Ci vedo Rudiger Vogler mentre raccoglie la lacrima di Liza Kreuzer e con un dito se la porta sulla propria guancia arida: l’abbandono come stato esistenziale ineludibile, il coraggio come esperienza vuota, unica via d’uscita: andarsene, senza chiudere i conti mai, veramente.
Io non ho mai avuto dubbi che Atlantide fosse (sia) una canzone "di sinistra" (anche perché la destra in quegli anni produceva dotte elucubrazioni su Julius Evola e campi estivi ispirandosi a Tolkien: che occasione sprecata. Che fallimento culturale. Che resa incondizionata: ha regalato la cultura al "nemico" senza nemmeno combattere. E ha perso. Ed è stato un danno per tutti).

P.S. Dimenticavo. Per fortuna un’altra cosa che ci ha lasciato il ’77 è stata l’ironia: gli indiani metropolitani (anche quelli: chi li capiva? noi imberbi simpatizzanti degli operai di Mirafiori liguardavamo un po’ schifati), il nonsense di Rino Gaetano. Una delle scritte più grandi in Aula 1 era "Onore a Tristan Tzara".
Il ’77 ha partorito Ecce Bombo.
Ma quanta fatica. Che fatica capire i propri limiti.

Un’altra cosa. Il ’77 è successo ieri. E questa è la cosa più sorprendente.

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  1. utente anonimo
    10 marzo 2007 alle 00:34

    STRITOLATO IN UN CASSONETTO KILLER! Andate sul mio blog e aiutatemi a firmare la petizione contro la Caritas!
    Grazie e scusami il disturbo.
    http://www.acmedelpensiero.blogspot.com/

  2. 10 marzo 2007 alle 08:01

    Atlantide è la canzone di De Gregori che ho sempre preferito. Tu qui perli del testo, ma un testo così, accoppiato a una musica costruita tutta su un giro melodico “minimale”, senza increspature e picchi è qualcosa di più. Ti restano nel cuore canzoni così.
    mauro
    (vabbè, lo sai che ora ruberò)

  3. 10 marzo 2007 alle 08:58

    ehi, io non ci vengo più a leggerti qui. A me ste cose fanno male. Fanno venire in mente ricordi, sguardi, battute, parlarsi per strofe di canzoni…la mia compagna dell’epoca, amava chiamarmi “uomo che cammina sui pezzi di vetro…”.

    Sono in cura, da tempo, da un ottimo podologo.

  4. 10 marzo 2007 alle 12:00

    Nel ’77 avevo solo 7 anni, però Rino Gaetano che cantava in televisione me lo ricordo eccome. E’ sconcertante quanto fosse in anticipo sui tempi. Per il resto solo ricordi vaghi di bambina di quegli anni, e a sentirli raccontati oggi ho l’impressione che chi li ha vissuti credendo in un cambiamento non violento se li porti dietro come una specie di croce e delizia.

  5. bsq
    12 marzo 2007 alle 09:22

    Amoilmare, è proprio così: croce e delizia. Fondamentalmente perché eravamo giovani…
    E.

  6. 16 marzo 2007 alle 22:17

    Grandissimo blog, molto musiliano !!! Io sono una scrittrice, ed è bello trovare persone come voi !!!!!!!

  7. bsq
    17 marzo 2007 alle 13:13

    Grazie, Luana. Anche io dicono che stia per pubblicare!…. Mi raccomando: 10% su ogni copia!
    (ho visto sul tuo blog che ti invitano a chiedere il 5!! punta al 10 😉 – non ho commentato direttamente lì perché mi da fastidio dovermi registrare. Fa perdere tempo)
    Ciao
    ezio

  8. 21 marzo 2007 alle 14:45

    A proposito di ’77, suggestive queste foto del link:

    http://www.repubblica.it/speciale/2007/dossier_1977/index.html?ref=hppro

  9. 29 marzo 2007 alle 00:03

    Ho scoperto questo blog dopo lunghi giri, è una piacevole sorpresa. De Gregori è uno dei pochi punti di riferimento che sono rimasti. Stavo per scrivere “miti”, ma lui non sarebbe d’accordo. A rileggerti.

  10. bsq
    1 aprile 2007 alle 20:35

    Grazie, passerò dalle tue parti quanto prima (facciamo ora, va’)
    ezio

  11. utente anonimo
    17 ottobre 2009 alle 10:39

    Scusate ma non andrei a cercare significati  che secondo me non ci sono, o meglio ci sono sicuramente,  ma è talmente  difficile scindere il racconto di una canzone come questa, la storia di qualcuno, con i cenni autobiografici che sicuramente ci sono.
    Penso piuttosto che sia una canzone dedicata ad un personaggio famoso,  andato un pò fuori di testa, se crede di essere un eroe, e  nasconde birra sotto il letto, divenato grasso, che vola sul cielo di Napoli e la cui donna si chiama Lisa, da cui probabilme si è separato per sua colpa (ditele che la perdono per averla tradita) qualcuno che è stato osannato,  un mito dalla folla.
    Se non avete ancora   capito io ritengo che questa sia un malinconico, struggente  tributo  al declino di  Elvis Presley.
    Anche il riferimento al cielo di Napoli, può essere in qualche modo ricondotto a lui perchè se non sbaglio cantò "O sole MIo" in un misto di italo/inglese.

  12. 24 febbraio 2011 alle 20:43

    io sono nato nel 77 e anche questa è una cosa buona !
    Grande Francesco De gregori.
    http://www.italianbloggers.it/author/hank/
    Ciao

  13. 28 marzo 2011 alle 14:18

    Ehi, ma come mai scopro questo blog solo ora?
    Devo assolutamente tornare indietro e leggerlo tutto (ce la farò).

    Nel '77 ero bambina, ma quell'aria l'ho respirata. Me la ricordo bene. L'abbiamo respirata tutti, perfino le piante.

  14. bsq
    28 marzo 2011 alle 16:03

    Che bello!
    Ezio (il proprietario del blog)

  15. utente anonimo
    21 maggio 2011 alle 19:03

    “…e stravede per una donna chiamata Lisa…” Lisa è la figlia di Elvis…
    Rojti

  16. utente anonimo
    17 settembre 2011 alle 22:36

    L'impressione che ricavo dal tuo bel racconto è che anche voi che sareste diventati i nostri genitori (io sono nata nell'81) siete stati dei malinconici tafazziani, che s'innamoravano sempre della persona sbagliata perché sì, e facevano le cose proibite perché sì. La mia generazione va per quella strada, magari a centinaia di km dall'Italia, ma qualcuno vorrebbe smetterla di vivere di Atlantidi perdute, amori perdonati perché traditi, e prendersi una buona volta la responsabilità di crescere. Come si fa? 🙂
                                                                     Maria
                                                                     (mamase@libero.it)

  17. bsq
    17 settembre 2011 alle 22:59

    Maria, a parte che le nostre generazioni sono almeno un po' sovrapponibili, perché personalmente  nell'81 avevo vent'anni e potevo essere padre solo per la biologia, però dici una cosa molto bella. Io vi auguro di non vivere per un'atlantide perduta, ma per un sogno concretizzabile e scrivere con la propria vita un racconto "maturo". Però sarebbe bello mantenere almeno lo spirito della ricerca di un'atlantide sconosciuta, l'incertezza e la sfida, la poesia che non ceda campo al cinismo di una meta, e che "maturità" e crescita non siano solo cose che si toccano, ma si piangano, si rimpiangano, si cambino, si mettano in gioco, insomma che crescere non sia sapere come deve andare a finire.
    Ciao

  18. 1 agosto 2014 alle 14:32

    Bello scoprire cose, cose che hai amato forse prima ancora di averle ascoltate. Perchè tutti noi abbiamo un paradiso perduto del quale improvvisamente ritroviamo la strada attraverso le note di una canzone. Da tempo mi interrogo sui significati di “Atlantide”. E’ il primo LP che acquistai (avevo 17 anni quando uscì) e sono felicissimo che i miei gusti musicali, che pure hanno fatto dei “giri immensi”, poi ritornano sempre con piacevole nostalgia quando ti trovi in volo sul cielo di Napoli assieme all’uomo di passaggio. E mi scopro a guardare il maschio Angioino proprio qui, sotto al pavimento, come se fossi davvero su quell’aereo. Potere della fantasia.

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