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perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra

Nell'ottobre del 1979 T. era un ragazzo infelice. I motivi della sua infelicità erano tanto più gravi quanto erano banali. La spietata consapevolezza della pochezza dei suoi problemi non gli era di nessun aiuto. All'epoca aveva quasi diciannove anni, e a quale età, se non in quella, è legittimo collocarsi nel centro del proprio universo? Il centro del suo universo coincideva in pieno con i suoi problemi: con le ragazze, in primo luogo, con il genere umano, in secondo, e con le sue ambizioni, in terzo. A quale età, se non in quella, è legittimo sognare di diventare qualcuno, e lamentarsi delle scarse risorse di cui si teme di essere in possesso per riuscirci?

Nell'ottobre del 1979 uscì nei cinema italiani un film diventato poi giustamente molto famoso, Manhattan, di Woody Allen. T. lo andò a vedere al cinema Ariston, con sua sorella e gli amici di sua sorella.
Ne rimase folgorato. E umiliato allo stesso tempo.
Cosa lo umiliava della storia di uno scrittore di mezza età che si innamora di una ragazzina bella come poteva esserlo allora Mariel Hemingway?

Lo umiliava esattamente quello che lo aveva folgorato: l'orribile cenacolo intellettuale che Allen sapeva come nessuno prendere per i fondelli e allo stesso tempo esaltare con l'affetto autoindulgente di chi alla fine non può che amare ciò che costituisce il fulcro della propria vita.
Isaac Davis, Mary Wilkie, Yale, Tracy, Jill erano, presi nel loro insieme, un Modello sociale e culturale che, a dispetto dei suoi limiti, si ergeva come ciò che T. aveva stabilito di dover essere e che, ne era certo, non sarebbe diventato mai.
Lui non sarebbe mai riuscito a essere come loro. Arroganti, miserabili, cinici, fragili, narcisi, presi solo da loro stessi e dalla loro cultura.
In una parola, adorabili. Cosa non avrebbe dato lui, nell'ottobre del 1979, appena presa la maturità classica, per essere un arrogante, miserabile, cinico, fragile, narciso, preso dalla consapevolezza della sua cultura? Insomma, in una parola: un intellettuale?
Avrebbe dato tutto. E si sentiva niente.
Loro erano, pur nei loro difetti, il centro del mondo. Loro vivevano a Manhattan e si vedevano in un bar a bere vino bianco parlando del più e del meno ma con una consapevolezza di sé che li collocava, appunto, al centro del mondo e quindi al centro delle sue ambizioni esistenziali.

Sabato scorso T. era a cena da amici. Appena seduti informalmente attorno al tavolo, la moglie di T. gli ha ha sussurrato in un orecchio: "Carrello…"
Non si stava riferendo al portavivande, e T.,  per capirsi con il quale bastano mezzi termini, capì subito quello che la moglie voleva dire.
Voleva dire che Stefano e Sara, Michele e Angela, Maurizio e Simonetta erano Isaac, Mary, Yale,Tracy e Jill, e che una invisibile cinepresa montata su un carrello circolare stava riprendendo la loro conversazione come in un remake di un film diWoody Allen.

Sua moglie non sapeva niente di quella serata al cinema Ariston, e non conosceva, se non in parte, il mondo interiore di suo marito diciannovenne. Non pensava esplicitamente a Manhattan, e non poteva valutare l'importanza di quello che aveva detto.
T. si è sentito trascinato da una ondata di improvviso benessere. Ma la tempo stesso ne fu spaventato.

Tanto tempo era passato, le ambizioni erano cambiate, le scale dei valori e delle priorità erano state tarate ormai tante di quelle volte che non c'era più traccia dentro di lui dei sogni e delle piccole, assurde, illusioni della gioventù. Gli obiettivi della sua vita continuavano ad alloggiare più nel terreno delle velleità, che non in quello delle possibilità, ma almeno erano più nobili, aperti al mondo, non circoscritti al proprio perimetro.
Eppure guardando Stefano e Sara, Maurizio e Simonetta, se stesso e sua moglie, capì che, senza essersi mai accorto del cammino fatto, era arrivato. La strada era finita. Una feroce determinazione carsica gli aveva fatto raggiungere esattamente il punto d'arrivo che vent'anni prima aveva idealizzato al punto da farne una romantica malattia.

Ricapitolando il suo percorso giudicò per la prima volta come avesse davvero raggiunto tutti gli obiettivi che via via si era posto nel corso del tempo, tanto quelli indicati dalla cometa ingannevole dei vent'anni, quanto quelli modellati con la pazienza della maturità (in tutta onestà nessuno avrebbe potuto sostenere che nessuno fra coloro che erano seduti attorno a quel tavolo fosse arrogante, miserabile, cinico, fragile, narciso, preso solo da se stesso e dalla sua cultura, sebbene qualcuno di loro fosse senza ombra di dubbio un intellettuale – la cui natura geneticamente arrogante viene però mitigata, in questi casi, dalla mite dignità che conferisce alla lunga nelle persone intelligenti il cedolino dello stipendio da ricercatore universitario).

La conversazione si scioglie con il Brunello caloroso. Ricordi di vent'anni prima: chi ha visto Selvaggina di passo, o la Terza generazione di Fassbinder? lì a quel tavolo ce ne sono due, lui uno di loro, venti anni prima, da solo in una saletta vuota del Filmstudio, con il cuore pieno di un amore impossibile e il desiderio di essere: bastava quello, essere. Si ride di cuore, di pancia, ricordi squarciati dal ridicolo e dalla fedeltà ai propri principi mai traditi pur essendo tutti completamente diversi, certamente migliori di prima.

C'è poi tutto quello che ha letto. Che ha visto e che ricorda e quello che ha dimenticato, e la sua penna, e il sapere, e il non sapere, la debolezza, la timidezza, scantonare, non capire, capire tutto, l'ironia, il calcio. L'assurdità di antichi sentimenti cui ogni tanto guarda con severità e indulgenza svelandone di fatto l'incredibile longevità (magari sotto nuove forme). Tutto quello che gli è stato detto, quello per cui è riconosciuto. C'è anche questa città sudata e loffia, che ama. La sua famiglia, la musica, le abitudini, i suoi rinviati appuntamenti con una nuova dimestichezza adulta, le maschere, i tumori privati, la generosità repressa, la pigrizia e la presenza, gli amici, tutti, ai quali, tornato a casa, più che a ogni altro, dedica l'ultimo pensiero di gratitudine, al punto che ebbe questa idea, un po' strana, ma che gli parve degna della sua commossa riconoscenza, che in fondo fosse doveroso applicare a loro, la sua famiglia estesa, l'osservanza del quarto comandamento, onora il padre e la madre, "perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio", Es 20,12; e "perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra" (Ef 6,1-3).
Perché da tutti loro, da tutti quelli incontrati sul suo cammino, si sentì, quella notte, generato.

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  1. 2 marzo 2007 alle 13:05

    Così mi spaventi.

  2. bsq
    2 marzo 2007 alle 14:20

    Papà!

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