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All’insegna del buon corsiero / Silvio D’Arzo

Le ho chiamate “letture coatte”. Forse sono stato un po’ troppo severo con la mia attitudine masochista a sopportare più di quanto sia ragionevole. Sono i libri che mi aspettano da anni, che mi occhieggiano con un po’ di malinconia dai loro scaffali provvisori in attesa della loro occasione, e che regolarmente si sono visti superare dall’ultimo arrivato di turno.
Bene, ora che ho promesso di tirarli fuori dal loro limbo non posso onestamente dire che sarà un’impresa fatta del tutto contro la mia volontà.
All’insegna del buon corsiero, di Silvio D’Arzo, per esempio, il libro con cui ho deciso di dare inizio alla nobile impresa, comprato (come io stesso ho scritto al suo interno nell’ottobre del 1995) è stata una lettura tutt’altro che coatta.

Silvio D’Arzo (pseudonimo di Ezio Comparoni, ma nelle sue corrispondenze si è anche chiamato Raffaele, e qui le coincidenze si fanno stringenti e non casuali: Ezio è il mio primo nome, Raffaele il mio terzo – un tempo s’usava abbondare – nonché quello di mio figlio – oltre che di mio nonno) è stato un precoce quanto sfortunato scrittore  che ha pubblicato in vita a cavallo della seconda guerra mondiale (morirà poco più che trentenne nei primi anni cinquanta). Uno scrittore raffinato, colto, che probabilmente non ha avuto il tempo di esprimere a pieno la propria maturità letteraria.
Leggendo il libro non credo si possa fare a meno di domandarsi come diamine fosse possibile che a un giovane ventenne nel pieno della seconda guerra mondiale, appena laureato in lettere e già titolare di una cattedra in un liceo, potesse venire in mente di scrivere un romanzetto settecentesco ambientato nella campagna veneta, grazioso e tenebroso come una favola.
E non si può fare a meno di domandarsi se, leggendolo oggi, sessant’anni dopo, sia davvero obbligatorio quest’esercizio di storicizzazione, e non si possa invece godersi la lettura in santa pace senza farsi condizionare da nulla che non sia il testo.

D’Arzo aveva una scrittura nitida e precisa e una grande capacità di cogliere i sentimenti e il loro correlativo oggettivo nelle descrizioni dei lunghi viali autunnali, dove le foglie di faggio formano un tappeto soffice sopra il quale le ruote delle carrozze affondano con una soavità remota che costruisce un ponte nostalgico verso un mondo perduto (scrive di uno dei protagonisti, il giovane Lelio: “e come avviene per lo più dei timidi che, non potendo voler bene ad un mondo troppo preciso e solido per loro se ne costruiscono o ricordano qualche altro”, p.33).
In realtà il romanzo si tiene in un equilibrio, forse imperfetto ma quasi sempre efficace, fra la rarefatta eleganza della forma e l’oscurità impalpabile e minacciosa di significati latenti, simboli onirici che si nascondono dietro l’apparenza, come in un racconto di Schnitzler.
C’è una locanda, c’è un Funambolo (creatura inquietante alla fine fin troppo smascherata nella sua natura luciferina) che rapisce il cuore di una Lauretta di cui una Marchesa si compiace di dirigere l’educazione sentimentale, c’è il suo innamorato ferito, l’ingenuo Lelio, una compagnia di attori girovaghi.

Ma soprattutto ci sono le ombre che si allungano alla luce di una luna ramata, vialetti di ghiaia e salici, un giardino di statue bianche come dotate di vita ancora più della Marchesa e di Lauretta che lo visitano avvolte nella nebbia del primo mattino, legate da una curiosa complicità.
Un mondo in cui la levità programmatica è in certi momenti afflitta da una vena eccessivamente crepuscolareggiante che non ci consente di godere fino in fondo dell’operazione formale che trascinerebbe senza altre perplessità l’operina di D’Arzo fuori della palude di un calligrafismo già post-solariano (insomma, non è Barry Lyndon), ma che tuttavia non impedisce di godere della divertente caratterizzazione di un’epoca senza limitare il piacere della lettura.

D’Arzo gioca, quasi, con la  necessità della scrittura, non nascondendo la sua voce di narratore che interviene in prima persona, tuttavia senza poter modificare il tessuto della vicenda, riparandosi dietro una oggettività su cui prevale, per fortuna, il primato dell’autoironia: “Se qualche lettore,[ …], è giunto a questa conclusione e vorrebbe in cuor suo essere soccorso da affermazioni più attendibili, cioè nostre, noi siamo in questo caso costretti a ricordargli come la narrazione fin qui esposta non sia più che una nuda e cruda cronaca, e che, di conseguenza, non se ne possa alterare il valore in nessun modo con giudizi e, Dio guardi, una morale.”

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  1. 9 febbraio 2007 alle 04:55

    Come si chiama il meccanismo per cui, pur non avendo io letto il libro ma solo il tuo pezzo, sento nostalgia per il mondo ghiaioso che riporti?

  2. 11 febbraio 2007 alle 13:39

    gh gh gh! capita in continuazione anche a me…sai quando ti dicono: “ah questo libro devi assolutamente leggerlo!!!!”
    oppure” ma come, non può mancare un tomo di simil valore nella tua biblioteca!”…
    “mah, io con gente che non ha letto questo libro fondamentale non ci parlo neanche”
    ecc ecc ecc
    i stupisco ad assecondare questi folli: vado da feltrinelli diligente, chiedo anche consiglio alla commessa(che il più delle volte è una povera ignorante come me!), mi dispongo diligentemente alla cassa col peso della cultura sulle braccia..torno a casa, catalogo il nuovo acquisto con una certa soddisfazione, lo inizio anche con una certa verve…
    e il più delle volte l’impresa rimane incompiuta!
    è come se una parte di me si ribellasse all’imposizione: ” mi appello al diritto di non leggere”…
    e riprendo quello che avevo abbandonato per seguire l’altrui scia!
    perchè sono sempre i libri che scelgono te, non vice versa!
    (“storia dei volumi che fanno tanto biblioteca…e che finiscono a fare i soprammobili!”)

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