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Letture (buoni propositi /2)

Con il preciso scopo di cercare di risolvere alcuni problemini di progettualità e identità (di cui non voglio, né mi pare il caso, parlare ora, qui) che affliggono secondo me la Bottega di lettura, di cui mi onoro di far parte, ho comprato "Una vita da lettore" di Nick Hornby.
Sfogliandolo in libreria, infatti, mi era parso di cogliere una parentela di motivazioni fra il progetto Bottega e questo libro, che raccoglie gli articoli scritti da Hornby nel corso di una paio d’anni per la rivista americana The Believer. Cercavo non un’ispirazione di contenuti (libri da leggere), ma un metodo, un taglio, un approccio alla lettura raccontata.
Beh, sono molto contento di aver creduto nel vecchio Nick (cui sarò per sempre grato in quanto grazie alla cui smodata e divertente passione per il calcio posso evitare di vergognarmi di me stesso quando mi capita di ricordare certi pomeriggi trascorsi nella più cupa disperazione per una umiliante sconfitta casalinga con il Cesena, o l’esasperante fatica esistenziale patita non tanto a causa dell’inevitabile stato depressivo per aver perso un derby a causa di un rigore sbagliato da Giannini all’ultimo minuto, quanto al tentativo di giustificare il Capitano, facendomi carico del suo stato d’animo di fronte alle critiche ingiuste dei suoi detrattori).

Hornby, e la sua produzione letteraria è lì a testimoniarlo, è veramente un tipo. Finge di essere radicalmente avverso alla "letteratura alta". La prende a calci e la irride, lei e i suoi adepti. Ma poiché scemo non è, tutt’altro, tra una battuta e l’altra (la maggior parte delle quali veramente esilaranti) lascia cadere false tracce di resipiscenza, che in realtà sono veri e propri, nonché doverosi, tributi al valore, quando questo è assoluto:
"Possiamo obiettare che la narrativa alta può essere responsabile della deplorevole scomparsa del romanzo dal centro della nostra cultura. Ma a volte un libro non può proprio fare a meno di essere alta letteratura: è impotente contro le proprie complicazioni, perché le idee che contiene mettono alle corde la semplicità espressiva".

Personalmente mi sono sempre posto nel mezzo di questa diatriba un po’ sterile dell’alto-basso facile-difficile. Mi sentirei un falsone se dicessi di preferire Jonathan Coe a Stefano D’Arrigo e tuttavia (e l’ho scritto – qui, ma non è necessario andarselo a rileggere) penso che i lettori contemporanei (nella loro generalità, per quanto grande o piccola sia) abbiano il diritto ad un loro romanzo contemporaneo. Non a Faletti, o a Dan Brown. Ma a ciò che Balzac era per i suoi contemporanei: abbiano cioè diritto ad essere raccontati, e, leggendosi, a rispecchiarsi nell’unica forma narrativa in grado di epicizzare la vita quotidiana in modo comprensibile e bello.

Ma non voglio insistere più di tanto su questo aspetto.
Mi voglio limitare, per il momento, a quattro piccoli dettagli, certamente marginali, che mi hanno colpito.
1) In Inghilterra non arrivano i libri americani e viceversa: occorre che un editore ne acquisti i diritti. Mi è parsa una notizia incredibile e assurda! Nell’epoca di Amazon, e di FedEX, della libera circolazione di qualsiasi cosa, e scrivendo nella stessa lingua! Pazzesco.
2) In Inghilterra sono affranti dalle ultime statistiche che dicono che gli inglesi non leggono più. Accidenti, un viaggetto in Italia per rincuorarsi, no?
3) In Inghilterra non ci sono più librerie come si deve, mentre negli Stati Uniti sì. Nella vecchia Inghilterra i commessi stanno lì a vendere libri come avrebbero venduto qualsiasi altra cosa. Fantastico. We are not alone!
4) La maggior parte dei libri che a Hornby sono molto piaciuti io non li ho mai sentiti nominare. E si tratta quasi sempre di libri tradotti in italiano, ma che io non ho mai visto in libreria, non ho mai visti citati in internet, sui giornali eccetera. Libri come ce ne sono a migliaia accatastati nelle librerie e che non hanno nulla per invogliarti ad essere comprati e letti. Ora, direte: tu sei un ignorante, cosa ti vieni a lamentare? E sicuramente questo è vero. Direte ancora: ma poi Hornby chi è? Perché fidarsi dei suoi gusti e non di quelli di non so?
Beh, lasciatemi dire: mi è parso curioso che libri risultati interessanti per uno scrittore di un certo rilievo (e le cui argomentazioni sono spesso molto acute – e da me molte volte condivise: come nel caso della sua idiosincrasia per i libri dove per protagonista c’è uno scrittore, o uno così intelligente da aver sempre la massima consapevolezza di tutto ciò che fa, che dice e che è) non abbiano alcuna circolazione critica qui da noi. Libri pubblicati, ad esempio, da Tropea (La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem), o da Frassinelli (Quando ho imparato a respirare sott’acqua, di Julie Orringer) o Sellerio (I nemici dei giovani talenti, di Cyril Connolly), o E/O (Hangover square, di Patrick Hamilton). Da buoni editori, come si vede, ma non i "big" (e mi sono limito a libri che ad Hornby sono piaciuti moltissimo – quello che gli è piaciuto più di tutti, Gilead, di Marilynn Robinson, premio Pulitzer 2005, non è stato invece tradotto).
Libri di cui, ripeto, non ho sentito parlare, e di cui, a mia discolpa, devo dire pochissimo si trova in internet e che Hornby ha letto perché qualcuno (una casa editrice o l’autore stesso) gli ha fatto recapitare a casa.

Insomma mi è stato utile Nick? Sì: mi ha invitato ad essere più curioso e generoso nei pregiudizi.

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  1. 8 gennaio 2007 alle 14:17

    Io per Hornby invece ho sempre nutrito una certa antipatia. Non sopporto i libri i cui protagonisti sono dei gigioni che si compiacciono di essere tali.

  2. 8 gennaio 2007 alle 16:40

    Neanche a me Hornby non sta particolarmente simpatico, però:

    http://www.subliminalpop.splinder.com/post/3855855

    😉

  3. 9 gennaio 2007 alle 08:42

    Oh, però “I nemici dei giovani talenti” è un classico della critica letteraria. Molto bello anche l’unico romanzo di C.V. Connolly, “La tomba inquieta”.

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