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Il “mio” romanzo del 21. secolo

Dal novembre del 2005 fino a maggio 2006 Davide Bregola, sul suo blog, ha pubblicato una serie di interessanti interventi sul futuro del romanzo. Mettendo ordine fra i files del mio PC ho scoperto di aver preparato anche io un contributo che per qualche ragione (forse per le sue modeste qualità) non solo non ho sottoposto al Bregola stesso ma ho cancellato completamente dalla memoria. Non quella del PC, ma proprio dalla mia. Rileggendolo, non sono nemmeno tanto sicuro che l’abbia scritto io. E non so bene cosa voglia dire, ma visto che l’anno sta finendo mi pare cosa opportuna propinarvelo così com’è. Come un manoscritto trovato in una tasca…

Immaginarsi come sarà il romanzo del XXI secolo non è un esercizio che mi entusiasmi.
Il romanzo del XXI secolo semplicemente non sarà. Perché il romanzo non si declina al futuro. Il romanzo è futuro, dunque non c’è.

Dire il romanzo del XXI secolo significa poco. Come sarà l’immaginazione del XXI secolo? Ci saranno epidemie, terremoti e carestie? Queste influenzeranno l’immaginazione? Prevarrà la paura o la gioia di vivere? Dire il romanzo del XXI secolo significa dire il romanzo di mio figlio, o di suo figlio, o del figlio di suo figlio? Magari il romanzo del XXI secolo si mostrerà alla soglia del XXII e sarà difficile classificarlo. Poi qualcuno chiederà: come sarà il romanzo del XXII secolo?

Per conoscere il mio prossimo, l’elenco del telefono non è lo strumento più efficace. Il romanzo, se è futuro, è profezia. Non andrò all’appuntamento con la mia amante con il copione sottobraccio, diceva Jean Luc Godard. Improvviseremo il dialogo del nostro amore disperato, fantastico, ignoto.
Fare ipotesi sul futuro non vuol dire immaginare il futuro. Vuol dire solo cercare di migliorare il presente.
Altra cosa è la profezia, che affonda tutti e due i piedi nel futuro, ed è vera, cioè è senza tempo. Non esiste profezia senza futuro. La profezia, per essere tale, necessita del futuro, non le basta esprimersi. Finché non si avvera la profezia è futuro, dunque non è niente, quando si avvera diventa quello che è e che è sempre stata. Oracolo fuori dal tempo.

Il romanzo non vive senza il suo lettore. E’ una cosa statica slegata dalla sua funzione. E’ una promessa, non una testimonianza. Il romanzo del XXI secolo non esisterà, temo, perché ci sono in giro troppe squadre di lettori, di scrittori, di addetti culturali, operatori, editor ed editori che, sguinzagliati per le strade nella notte, battono ogni angolo della città alla sua ricerca. Voltano angoli bui con il cuore in gola sperando che sia la volta buona. Aggiustano con la mano libera il trench, coprendo le gambe dal freddo e dalla pioggia sottile. Con l’altra tengono la torcia, dalla luce diretta e ferma, ma inutile.
Cercare il romanzo significa cercare il futuro, come nella fantascienza. La fantascienza cerca di spiegare chi siamo e dove andremo, posto che siamo così: la stessa cosa che raccontare la guerra tattica che vede opposti gli oggetti della mia scrivania. Il portapenne di Barcellona spinto un po’ più in là dal leggio; le casse acustiche attaccate al PC che arretrano per la spinta della tastiera e della lampada alogena. Lo schermo del PC, antiquato, dalla luce flebile spia quello che sto scrivendo.
Ipotizzare il futuro è come specchiarsi, niente di più. Descrivere il mondo com’è senza la fatica di descriverlo veramente.
Non che i romanzi di fantascienza non siano anche loro e a pieno titolo, elementi del futuro. Ogni romanzo lo è. Non lo sono, voglio dire, più di altri. Non sono nel futuro solo perchè lo tematizzano. In quanto romanzi lo sono alla pari con quelli che raccontano il nulla silenzioso ed eterno dell’età del ferro. I passi striscianti dell’uomo che, stanco, fa ritorno nella sua caverna e ha una visione, e sulle sue pareti disegna i bufali, e le vacche, e poi va a succhiare le tette pelose della sua sposa.
Il romanzo si sottrae alla sua opzione descrittiva e interpretativa, perché non ha carica profetica fino a quando non si dà al mondo.
Nessuno è profeta. Il romanzo lo è.
Ogni nostro gesto, che spinge il futuro un po’ più in là, rinvia ad un nulla ulteriore la nostra speranza di capire.

Quando il romanzo incontrerà il suo lettore diventerà, come un nastro lanciato dall’ultimo piano di un grattacielo imploso nel centro della  terra, spirali di parole intrecciate dal senso.
E’ voce segreta e di dentro.

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  1. 30 dicembre 2006 alle 16:24

    ma tu pensa, la mia vista dispettosa m’ha fatto leggere la seguente frase…“come un manoscritto trovato in una bisca. Ora, pòsto che le bische siano luoghi frequentati da letterati, debbo solo che ringraziarti per aver offerto il là, ad una nuova, spero altrettanto esilarante, serie di post….(volendo mimare, dicendola tutta, il ben più importante…”il manoscritto trovato a Saragozza”…che avrai senz’altro letto o sentito nominare…(io devo averlo di la…). Saludos

  2. bsq
    30 dicembre 2006 alle 16:57

    Ahi ahi ahi signora Longari… (la tua età ti consente di capire il riferimento…). Il manoscritto citava sì, ma non Saragozza, e neppure le bische, anche se credo che al citato non sarebbe dispiaciuto esservi associato (e vai con la rima).
    Ezio

  3. 31 dicembre 2006 alle 12:06

    l’ultima, sentita in questi giorni da mio fratello e riferita al Mike nazionale…”ah, io ho a casa un crocefisso del duecento avanti cristo”….

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