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I fiori blu / Raymond Queneau (mitopoiesi alla parigina?)

Terminata la lettura de I fiori blu di Raymond Queneau. Non ho molto da dire. E’ raro avere qualcosa da dire su conclamati capolavori come questi, a meno di non disporre di un ego smisurato.
Però una cosa mi piace segnalarla.

Si parla tanto di letteratura americana mitopoietica. Sebbene molti illuminati abbiano chiaro di cosa si tratti, perché molto hanno letto e molta materia grigia staziona inesausta nel loro sistema neurovegetativo, io continuo ad averne solo una percezione sensoriale, avvertita e direi vissuta, più che capita.

Allora, prendiamo Queneau: Europa. Francia. Esiste, mi sono domandato durante la godibilissima lettura de I fiori blu, una letteratura francese mitopoietica? E mi sono risposto che sì, ovviamente. E che forse mitopietico è semplicemente, o anche, la narrazione dell’identità nazionale. O di una identità di classe, se si vuole. Comunque la narrazione ante-litteram, per così dire, di ciò che involve (nell’accezione più inglese di ‘riguardare’, piuttosto che ‘avvolgere’) un insieme sociale costituito.

Per dire: ne I fiori blu ci sono alcune pagine di dialoghi che rimandano in un modo molto gustoso e, appunto, identitario, ad una memoria collettiva, trasmessa essenzialmente dal cinema, che non può che riguardare il carattere francese, o, più esattamente, forse addirittura il carattere parigino.
Prendiamo questo dialoghetto fra Cidrolin e Lamelia (p. 41 dell’edizione Einaudi tradotta da Calvino):
E’ Cidrolin che cominica.
– E’ venuto l’ispettore delle imposte immobiliari galleggianti.
– Ho preso l’autobus, – gli si rispose.
– Ha ispezionato tutto.
– Il bigliettaio, un tipo.
– Mi son meritato le congratulazioni.
– Per ogni passeggero aveva una battuta.
– Ha trovato che l’Arca merita 2 ancora nella categoria A.
– Pure a me, m’ha parlato.
– Tre àncore non ancòra […]
– Ma lo sa che lei è molleggiata più di una tessera a validità settimanale, mi fa, e più ben messa di un libretto da dodici corse?
– Pagherò un po’ più di imposte […]
– Oh, adesso, lei, faccia un po’ il piacere…

O anche l’incontro fra Cidrolin e Lamelia (p. 135):
– A proposito, c’è la tv?
– Non c’è.
– E allora, io, il teleromanzo?
– Cosa vuole che le dica.
– Questo rimette tutto in questione.
– Capisco. Albert non l’aveva avvertita?
– Non mi venga a dire che lei non ha i mezzi per pagarsi la tv.
– Non è obbligata e restare. Le porto su la valigia?
– Lasci stare. Peggio per il teleromanzo. In fondo era una menata. Ma sa cos’è. L’abitudine…

Le battute dei due personaggi femminili sono deliziosamente e direi automaticamente attribuibili a quei meravigliosi visini imbronciati, capricciosi e volitivi delle giovani femmes fatales dei film della nouvelle vague anni sessanta, da Moreau a Bardot, a Seberg a Karina. (io trovo sublimi quel "per ogni passeggero aveva una battuta", o "e allora, io, il teleromanzo?")
Mi domando se si tratti solo di una caratterizzazione, della descrizione di un tipo… O c’è dell’altro? (la definizione di un carattere epocale).

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  1. 3 novembre 2006 alle 12:11

    Mi sembra un ottimo inizio. La comprensione di una mitopoiesi, è giusto che venga dopo.

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