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World trade center / Oliver Stone

Perché l’America ha bisogno di un film come World trade center?
La domanda è corroborata dal nome del regista che l’ha girato, Oliver Stone. Non Clint Eastwood, per capirsi, ma un radicale di sinistra (per quello che una espressione simile può voler dire negli Stati Uniti).

Poiché per i film, al contrario di quanto avviene per i romanzi, da sempre è in uso classificarli in categorie facilmente comprensibili, direi che WTC è un film sentimentale. E che non è un film sull’11 settembre. 9/11 era un film sull’11 settembre; Farhenheit 9/11 è un film sull’11 settembre. La venticinquesima ora   è un film sull’11 settembre, anche se non mostra nulla di quanto avvenne quel giorno, se non, in un’unica scena, il cratere di Ground zero.
WTC  si presenta come un omaggio alla generosità e al coraggio di uomini semplici che nel momento della scelta hanno scelto l’opzione del sacrificio per l’altro, l’oblazione di sé.
Ma perché c’era bisogno che un film raccontasse tutto questo? Non è qualcosa di cui quel paese, il mondo, era già abbondantemente venuto a conoscenza? Non ci sono stati bellissimi documentari, libri, inchieste, interviste? Non abbiamo tutti assistito in diretta a tutto questo? Qualcuno si sarebbe lamentato se Hollywood non avesse detto la sua al riguardo?

Eppure il cinema, Hollywood ha dovuto sigillare con l’esaltazione trionfale dei sentimenti la storia privata ed eroica allo stesso tempo, dei poliziotti, dei vigili del fuoco di New York impegnati nell’assurdo, disperato tentativo di salvare (pochissime, una ventina) uomini rimasti sepolti sotto il cumulo di macerie delle torri.
La storia non è completa se non viene fissata sulla pellicola e data in pasto, nel rito collettivo del primo week-end della sua uscita pubblica (poi deperisce rapidamente, come mozzarella), al pubblico. L’America non è se non è racconto dell’America, se non passa attraverso il filtro del proprio specchio, delle proprie lacrime collettive.

La domanda iniziale poteva essere formulata anche in modo più spiccio: che bisogno c’è di un film come WTC? E la risposta potrebbe essere sintetizzata in un modo ancora più spiccio: nessuno, per noi che viviamo al di qua dell’Atlantico, protetti dalla nostre rete sociale tessuta in duemila anni di storia, intrisa di razionalità e cinismo, e ironia, e rispetto anche, modestia, sensi di colpa.

Anche l’industria dello spettacolo europea affrontò la catastrofe della seconda guerra mondiale a cumuli di macerie ancora fumanti, ma con uno sguardo dolente e critico, totalizzante, allucinato e battagliero.
Anche negli USA, ai tempi del Viet-Nam , l’industria dello spettacolo non si è fatta mancare il destro di intervenire pressoché in diretta su quanto avveniva in Indocina, ma, anche qui, con uno spirito critico, quasi sempre decisamente politico.

WTC è l’epopea privata del cittadino americano.
WTC è , in sintesi, l’epopea del cinema americano. C’è Frank Capra e John Wayne, Howard Hawks e John Ford (Sentieri selvaggi è il film che per primo mi è venuto in mente).
Oliver Stone non si risparmia niente. Non si fa scrupoli, non attiva in nessun fotogramma del film la spia di uno sguardo critico. Dalla scelta delle musiche, a quella dei climax  della commozione.
Un personaggio chiave della storia è il marine che parte dal suo sobborgo, chiamato direttamente da Dio a svolgere la sua missione di salvare vite umane. Va, da solo, armato della sua incrollabile fede in Dio e soprattutto in se stesso, “marine degli Stati Uniti”, come ripete stentoreo ed ossessivo sulle macerie delle torri alla ricerca di sopravvissuti. (“Sono un marine degli Stati Uniti! Se ci siete fatevi sentire”). E’ così radicalmente puro nel suo incarnare l’iconografia del peggio, secondo i nostri parametri europei, da trasformarsi in icona. In un film come WTC, realizzato da un regista come Oliver Stone (il peritesto conta in un’operazione come questa, eccome, per poterlo capire), non ci può essere spazio per l’analisi critica, per una ragionevole presa di distanza dalla retorica dell’uomo invincibile, dell’eroe solitario, del trionfo dell’individualismo super-omistico alla John Wayne.
Appunto, il riferimento è Sentieri selvaggi, non i filosofi della Scuola di Francoforte. Perciò il marine che avanza da solo nelle macerie è il vessillo di tutta la tradizione narrativa popolare americana, e non una macchietta retorica, come può apparire a noi.

Perché WTC è la sintesi di quanto il cinema come forma di rispecchiamento di una nazione ha saputo esprimere in un secolo di vita. E in un caso come questo, in cui l’eroe è l’Uomo Americano (ed è veramente eroe, e questo non è opinabile), non ci sono i termini per ridiscutere la missione individualistica della dura, spesso, ma anche solidale, società americana. Un film come questo non poteva esimersi dal mettere in gioco il massimo di eroismo individuale.

Detto questo il film ha momenti belli, epici e privati, e risolve in un modo non banale alcuni problemi narrativi che la materia gli proponeva. Uno su tutti: lo spettatore sa già tutto di quello che gli sta raccontando.
La sceneggiatura gioca su tre piani narrativi, in modo molto efficace. Da un lato ci sono due poliziotti sepolti. Il dramma dell’attacco alle torri gemelle è tutto raccontato dal loro punto di vista: da quando si alzano la mattina nelle loro case dei sobborghi popolari che circondano New York (le scene più belle del film), a quando si avvicinano al luogo del disastro senza avere minimamente la percezione di quello che sta succedendo (un aereo? Impossibile. Due? Ma va…), neppure dello stesso crollo, girato dall’interno, con una spaventosa e impudica verosimiglianza.
Dall’altro c’è la nazione e il mondo intero che guarda le televisioni. Le voci metalliche degli apparecchi televisivi sono la coperta che si è distesa in ogni strada, in un mescolarsi di suoni, immagini, replicate all’infinito nei sobborghi popolari, negli appartamenti proletari delle famiglie dei poliziotti a cavallo fra la vita e la morte, là sotto, sepolti sotto le macerie.
Non c’è, quasi mai, un riutilizzo delle fredde immagini documentarie; e neppure ne sono state girate di nuove per raccontare i momenti tipici (la caduta, il momento dell’impatto degli aerei, che non viene mostrato affatto, in una ellissi decisamente efficace) le immagini riprese dalla televisione sono riprodotte in quanto tali, voci di un coro allucinato e incredulo.
C’è infine il terzo livello, quello degli eroi salvatori: loro sono il coro, la massa, che però prende forma e nome (sulle macerie tutti si presentano dicendo il loro nome e dandosi la mano in bellissime sequenze che sembrano descrivere le retrovie di una terribile battaglia combattuta poche centinaia di metri lontano da lì) riducendo a unità, a persona, l’informe peso della massa (tutti, tranne il marine: “Staff Sergeant Karnes”, si presenta. “Got something a little shorter?” “Staff Sergeant”: lui è un marine, lui è gli Stati Uniti).

Ciò che non mi sembra quadrare è che i due poliziotti sepolti sotto le macerie sono gli eroi del film nel loro non poter far nulla, nella loro immobile sofferenza. Il loro martirio, certamente originato da una scelta coraggiosa, di non tirarsi indietro, è in realtà un martirio passivo; gli eroi dovrebbero essere i vigili del fuoco, i paramedici che li vanno a salvare. Invece il centro emotivo della storia è tutto focalizzato su loro due, e i momenti più commoventi non hanno direttamente a che fare con il loro coraggio, ma con i risvolti personali della loro vicenda: la moglie incinta, un matrimonio zoppicante, i figli che crescono o che sono troppo piccoli per capire.
Insomma si fa leva sul sentimento più a buon mercato, anche in modo riuscito, certo, ma anche furbo, risolvendo la storia in un campo-controcampo fra i due agonizzanti e i loro cari che li aspettano. Il massimo della tragedia privata. WTC è una tragedia privata.

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  1. 18 ottobre 2006 alle 17:14

    Non ho ancora visto il film, ma da quello che dici tu e che hanno detto altri, credo che possa essere un primo passo verso ciò che manca ancora, sull’11 settembre: un mito. Un mito simile a quello del cow-boy, del partigiano, o simili.
    Mi permetto di rinviarti a quanto ho scritto nel mio primo post su vincenzillo.splinder.com

  2. bsq
    19 ottobre 2006 alle 08:56

    vincenzo,
    ho letto il tuo post e i relativi commenti. Tutto molto interessante.
    Forse ricorderai (anche se è roba di 2 anni fa: un’eternità) l’accesa discussione che animò i lit-blog a proposito della letteratura americana mitopoietica (Genna, Mozzi, mi pare Scarpa, il sottoscritto…)
    Nella fattispecie credo che questo film manchi l’obiettivo: non è un film epico, ma intimista. Non che non possa esistere un mito fondato sull’intimismo (il minimalismo che altro è se non questo?); ma allora non è il mito delle torri gemelle. E’ il mito dell’America tout-court.
    Le torri gemelle non potranno essere depositarie di un proprio mito per colpa – come diceva qulacuno a commento del tuo post – della televisione. Anzi, secondo me l’iconografia dell’11 settembre è la meno mitopietica possibile. E forse non ci è dato di poter più vivere narrazioni mitiche applicate alla realtà formattata e categorizzata dell’informazione.
    Per questo l’America continua, invece, a realizzare la propria epica quotidiana, fatta di scenari, di immagini evocative, di storie minime: perché non sono altro che se stesse e non è cronaca; non esiste un format particolare. Infatti appena un reality se ne impossissa finisce il mito e comincia il nulla. Il troppo vero non è racconto, ma specchio. C’è la lana, ma non c’è la trama.
    Poi chissà. sono cose che penso ora, alle dieci di mattina, davanti a ettogrammi di scartoffie, e bit, ed emozioni varie. Ciao
    ezio

  3. 19 ottobre 2006 alle 15:25

    No, non ho seguito il dibattito sulla letteratura mitopoietica.
    A me comunque non convince mai fino in fondo il discorso sul “troppo vero” della tv, dell’informazione, del reality (la cosa meno vera che ci sia, peraltro). Come dici anche tu, una cosa è informare, un’altra cosa è narrare.
    Forse è solo una mia pia speranza – non lo nego – ma credo che la tv possa essere in qualche modo integrata dalla narrazione mitopoietica. Cosa che oggi, soprattutto in Europa, non avviene.
    E perché non avviene? Perché la cultura latita. Si è astratta dal mondo e dalla gente, vive in un limbo dorato.
    In altre parole, io vedo più la responsabilità di letteratura, cultura, cinema, teatro perché si sono tirati indietro. Tv etc., come dici anche tu, non possono certo sostituirli.
    ciao.

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