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Il tempo che resta

Un film antico, Le temps qui reste, di François Ozon. E’ strano che se ne girino ancora film come questo. Infatti sto parlando di un film francese. I francesi li fanno ancora film così.
Così come?
Film di personaggi, dove l’azione è spostare l’emozione del personaggio non i suoi muscoli, o la sua intelligenza investigativa. Nulla contro muscoli e detective. Solo che la monocultura di muscoli e detective ha un po’ rotto, diciamolo.
Allora qui c’è Romain, che fa il fotografo di moda ed gay ed è giovane e bello ma è anche malato di cancro. Malato terminale.
(una storia così o prende, se va male, la strada de L’ultima neve di primavera in salsa gay-parigina, o, se va bene, quella di un para-fumettone turco-testaccino, oppure si chiama un regista francese che ha studiato il cinema di Rohmer e gli si dà fiducia)

Come trascorrere gli ultimi mesi della sua vita? Romain non fa programmi, dice di voler seguire il suo istinto. In realtà tutto quello che gli capita, tranne lasciare il suo compagno senza riuscire a dirgli la verità, e andare a far visita alla nonna (Jeanne Moreau) , con la quale si sente particolarmente in sintonia, gli succede per caso. Non pianifica quasi nulla. Il film registra il trascorrere delle giornate standogli vicino, senza chiedergli niente, senza costruire gabbie narrative fasulle. E tuttavia senza scivolare nel nulla che non significa nulla di certo cinema d’autore (italiano) anni settanta-ottanta.

Chiudere i conti con il passato è in genere quello che si cerca di fare quando ti sta venendo meno la terra sotto i piedi. Riconciliarsi. E’ quello che prova a fare Romain, senza troppo successo, per la verità.
Ossessionato dall’immagine di se stesso bambino (felice, radioso, allegro), visitato da ricordi che lo vedono in gioiosa simbiosi con la sorella con la quale ora ha un rapporto di disistima assoluta e di disprezzo, tutto quello che può fare è rimpiangere senza sentimentalismo, ma con dolore vero, il paradiso perduto e lasciare che sia lei, la sorella, a fare il primo passo per una riconciliazione che la morte lascerà a metà.
Il tema del film è proprio la sofferenza provocata dal senso di esclusione.
Ma non, come si potrebbe facilmente intendere, a causa dell’omosessualità. Anzi, il fatto di essere gay, a parte il dolore (eluso dall’ironia)  di non avere figli – peraltro in parte curiosamente risolto, divenendo padre in affitto di una coppia sterile, da cui viene scelto senza troppo pensarci perché piace a tutti e due; e in un semplice, imbarazzato e coinvolgente rapporto a tre riesce nell’impresa – l’elemento dell’omosessualità, dicevo, sembra essere un elemento messo lì per suggerire ma non concludere il suo dramma personale.

Esclusione dalla propria stessa vita; eslcusione dalle proprie premesse; esclusione dagli affetti dei genitori. Esclusione dal mondo che trascorre indenne la propria storia quotidiana.
Esclusione raccontata per ellissi: l’amarezza di Romain è la nostra, che non sappiamo cosa e quando esattamente gli sia successo. Conosciamo l’inizio e la fine, quello che è successo in mezzo non lo sappiamo. E questo fallimento esistenziale è tutto in quella lunga maledetta parentesi misteriosa: la crescita, l’adolescenza, le scelte, la separazione.
La nostalgia struggente mai zuccherosa per i giochi nel bosco con la sorella, una passeggiata con il suo papà, i giochi sulla spiaggia (dove sceglie di andare a dormire per sempre), restano un baule di segreti inespugnabile, troppo pieno o troppo vuoto, ma è tutto quello che ha.

Il film è stato o sarà proiettato sugli schermi di mezzo mondo, ma non in Italia. Perché è un film vecchio, che non andrebbe a vedere nessuno. Ancora per qualche giorno è sugli schermi di Roma, grazie a Vieri Razzini e alla sua rassegna "Cinque pezzi facili"; ovvero il tentativo di distribuire film che pur avendo ottenuto successi e raccolto consensi nei festival più importanti, non trovano adeguata (nel senso di nessuna) distribuzione.

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Categorie:cinema e film
  1. 20 luglio 2006 alle 08:55

    ne avevo letto da qualche parte, dev’essere un film bellissimo
    bella anche la tua recensione

  2. bsq
    20 luglio 2006 alle 10:07

    vero, bel film. grazie e ciao.
    ezio

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