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Costituzione, internet, saperi

Scrive cose molto belle, rivoluzionarie e appassionate, Stefano Rodotà nel suo già giustamente molto citato articolo su una Costituzione per  Internet.
Ad esempio:  "Non si può, in nome dell’efficienza, modellare il rapporto tra le amministrazioni e i loro cittadini adottando il solo criterio della ‘soddisfazione del consumatore’ o seguendo la via pericolosa di grandi collegamento tra le banche dati in mano pubblica." Dove mi sembra molto interessante l’enunciazione di un conflitto d’interessi tutto interno ai consumatori, i quali sono i primi ad accettare di vedere liquidati i propri diritti in nome di una via facile alle cose.
E aggiunge: "Non si possono far prevalere in Internet le logiche puramente di mercato, deprimendo appunto le utilizzazioni "civiche" e facendo nascere vecchie e nuove forme di censura". Scarosanto.
E conclude:  "Non si può recintare la conoscenza, attribuendo un primato a superate logiche proprietarie. Non si può, in definitiva, far sì che le tecnologie del controllo oscurino quelle della libertà." (corsivo mio)

Confesso che quando ho letto queste ultime due frasi ho fatto un metaforico sobbalzo sulla sedia.
Per lavoro mi occupo e ho un ruolo anche di un certo rilievo (modestamente) nel movimento che si occupa della diffusione secondo un nuovo modello ("open access") della letteratura scientifica.
In questo contesto ci si batte per riuscire a far tornare nelle mani dell’accademia (che la produce con finanziamenti pubblici) i risultati della ricerche, ora nelle mani dei grandi editori internazionali, che a fronte di spese di pubblicazione ridotte dal graduale ma incessante passaggio all’elettronico, aumentano di anno in anno i costi dell’accesso alle pubblicazioni, con il risultato che l’università X paga 2 volte la ricerca pubblicata sulla rivista Y (con i fondi asegnati al ricercatore e poi abbonandosi alle riviste: si tratta sempre e comunque soldi pubblici, provenienti dalle tasse dei cittadini).

Non sono sicuro di avere capito bene quanto afferma Rodotà. In tutto l’articolo si riferisce essenzialmente ai pericoli che corrono i consumatori di internet in relazione alla violabilità dei loro diritti di privacy. L’uomo tracciato non è un uomo libero.
Qui però, mi pare, vada oltre.
E dice: il cittadino cibernauta non solo è controllato; non solo è vittima di un sistema che non gli dà garanzie di accesso democratico. Ma è anche vittima di una ingiusta allocazione dei diritti di proprietà delle risorse messe in gioco nella comunicazione virtuale. E questo è un pericolo per la diffusione della conoscenza. Rodotà sembra insomma mettere insieme controllo  nel senso di ‘ispezione’ e controllo nell’accezione di ‘detenzione di diritti’, di ‘dominio’.

Che questo si cominci a dire nel mondo generalista della cultura tout-court, e non soltanto di quella specialistica della ricerca scientifica, mi sembra cosa veramente molto buona e molto giusta.

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Categorie:cultura, internet
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