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L’espressione radiofonica

Se qualcuno aveva la curiosità di capire come fosse l’espressione radiofonica (di cui parla Ivano Fossati nella sua bella canzone Italiani d’Argentina) deve andare a vedersi “A Prairie Home Companion” di Robert Altman, malamente tradotto con Radio America (mal tradotto per la semplice ragione che Prairie Home Companion è il vero nome della radio protagonista del film, mentre Radio America è il vero nome di un’altra radio che nulla ha a che vedere con questa storia).

L’espressione radiofonica è quella di Garrison Keillor, il conduttore caustico, un po’ cinico, desolatamente via di mezzo che conduce uno show radiofonico, ma davanti ad un pubblico pagante, in un vecchio teatro in un punto qualsiasi del midwest.
La presenza del pubblico obbliga cantanti, musicisti, il conduttore a una decenza imposta dalle regole della buona educazione, ma non così accentuata (in fondo è un programma radiofonico quello che stanno registrando: la segretaria di edizione – peraltro incinta – può camminare sul palco indisturbata, lo stesso presentatore indossa improbabili scarpe da ginnastica rosse su un vestito scuro con cravatta annodata in fretta, il rumorista agisce a vista, per commentare le gag degli artisti).

Fra i numerosi meriti di questo piccolo film mi piace registrare questa perfezione nella misura, questo saper rendere questa via-di-mezzo con un tocco magistrale nella scelta delle facce, delle espressioni, in questo spettacolo spurio e autentico di un gruppo di semi-cialtroni invecchiati, stralunati (straordinaria la Streep nella parte di una melensa cantante senza qualità), afoni, indifferenti al successo, al pubblico (che non viene inquadrato mai), al destino stesso dell’emittente radiofonica per cui lavorano che, ceduta dai vecchi proprietari ad una società che vuole abbattere l’edificio per costruirci un parcheggio, dovrà chiudere i battenti.

Un modo, questo di Altman, di giocare fra passato e futuro, senza calcare la mano, ma con affetto, indulgenza e ironia. Un entrare e uscire dal vecchio cinema (stupendo Kevin Kline simil-Peter Sellers in Hollywood party che interpreta un inetto detective privato dal nome di Guy Noir) senza smancerie, senza nostalgie affettate.
Si respira l’odore stantio del backstage, ma si ride anche sguaiatamente del duo Dusty & Lefty che, fra un coretto country e l’altro inanellano una serie di freddure pazzesche (che dice un elefante quando incontra un uomo nudo? Ma tu respiri con quel cosino lì?).
Già, la musica. 31 anni dopo Nashville Altman, attenuate dall’età le ansie di un post-sessantotto dai contorni incerti e minacciosi, sposa un’ironia vitale che giustifica ed esalta le zuccherose, tavolta, spesso trascinanti melodie della pancia profonda dell’America. Dopo Springsteen un’altra dose da cavallo di pura gioia per le orecchie (di chi l’apprezza, ovviamente).
Un film sul volersi bene di chi vive ai margini del mondo dello spettacolo, che non scade mai nel volemose bene. Un last picture show senza drammi, fatto da gente che sa aspettare il suo turno per farsi da parte senza troppi patemi, anche in presenza di un affascinante angelo della morte.
E come dice Garrison quando conclude lo show: “abbiate uno spirito caustico e pregate che piova!”

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