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Il caimano / Nanni Moretti

Chissà se Nanni Moretti aveva in mente il cinema civile degli anni sessanta. O a Michael Moore. O a queste due cose insieme.
Il caimano sembra essere l’avviso di garanzia recapitato all’ex premier, non danannimoretti, ma dal mondo del cinema – un atto dovuto.
Si dice, si è detto, che la televisione, anche quella migliore, abbia soffiato al cinema la materia prima autoproclamandosi unico strumento idoneo a indagare la realtà. Il paradosso Berlusconi è che di lui – uomo di televisione e di cinema: forse proprioperché uomo di televisione e di cinema – la televisione non si è di fatto mai realmente potuta occupare. Men che meno il cinema.Non è il caso di ripercorrere la vicenda. Sappiamo tutti come è andata.
E’ possibile fare un film su B.? La risposta di Moretti è implicitamente sì e no. Sì perché Il caimano è un film su B. No perché lo stesso Moretti non si è davvero cimentato in un film su B. Non sarebbe stato nelle sue corde.
Il film su B. è infatti un film su un film su B. Il tema del Caimano pare essere più l’atteggiamento che la sinistra ha su Berlusconi. Il rapporto di odio irrisolto, acritico e ingenuo che il popolo della sinistra ha maturato nel corso di questi ultimi 15 anni. Ma anche l’ineluttabilità di quest’odio; anche l’urgenza di poter urlare il Re è nudo! E la rabbia per non poterlo dire, la frustrazione di dover ripiegare tatticamente in una battaglia politica perdente e sterile.
Il film vuole registrare una volta per sempre (quanti altri film vedremo su Berlusconi? azzardo una facile profezia: nessuno) il momento più basso che la civiltà italiana ha toccato nella sua storia recente e meno recente: il berlusconismo, inteso come televisione mangiacervelli, trionfo della furbizia e dell’interesse privato più meschino, spacciato per pillola contro l’infelicità.

Questa, l’urgenza del film. Che non poteva che essere una riflessione a tratti molto divertente, molto amara e delicata, spietata e generosa, velleitaria e violenta nei confronti della realtà.
A parte La stanza del figlio, il cinema di Moretti, da Palombella rossa in poi, ha preso la strada della riflessione pubblica, non mediata, spudorata, colloquiale sulla realtà. Filtrata però, questa la sua grandezza, per cui i film di Moretti sono cinema al 100%, da un linguaggio. Un linguaggio personale, un punto di vista subito identificabile, un marchio di fabbrica, uno stile.
Moretti inquadra gli esseri umani come esseri umani momentaneamente impegnati in una recita. Senza per questo fare del reportage, della docu-fiction. Moretti ha la capacità di trasferire non naturalisticamente, ma anzi in modo palesemente artificioso, stilizzato, la finzione nella realtà: i film di Moretti sembrano infatti squarci di finzione inoculata nella realtà: come se l’azione fosse registrata in presa diretta e poi rieditata in modo da sembra re finta. Laddove in genere avviene il contrario: il piano narrativo principale è sempre quello della finzione, all’interno della quale si inseriscono elementi di verità.
Per ottenere questo risultato non ha mai dovuto utilizzare stilemi presi in prestito da una tradizione (penso a quella brechtiana, per esempio), inventandosi una lingua tutta sua.

L’effetto che fa sin dalle prime battute un film di Moretti è quello di collocare lo spettatore all’interno di un mondo conosciuto, in un contesto familiare che ci consente di accettare lo svolgersi dell’azione senza quasi percepire l’intelligenza e la finezza di certe soluzioni narrative.
Prendiamo per esempio il personaggio della giovane regista (Jasmine Trinca) che sta cercando di fare un film sulle origini oscure del patrimonio di B. (“da dove vengono tutti questi soldi?” si ripete quasi in trance il produttore mentre legge la sceneggiatura) fino all’epilogo dei suoi processi. L’aver affidato il ruolo di censore di Berlusconi e del berlusconismo alla grazia che sfiora l’ingenuità, pur attenuata da una nascente forza d’animo, svela in modo perfetto – ma per nulla scontato –  il sentimento di antiberlusconismo di cui Moretti ha voluto farsi portavoce. Che è il sentimento semplice e non intellettualistico di una ragazza intelligente, sensibile, ma immatura, anticonformista in tutte le sue scelte, moderna, come dire? europea; ma non colta, non una militante: il frutto acerbo, ma bello e promettente del futuro vissuto con la gioia della testimonianza impolitica – se la politica è quella che tutti conosciamo. Quanto di più lontano da B., dal suo modello di società.

Il produttore-Silvio Orlando vive la sua personalissima crisi professionale e umana del tutto a margine del problema-Berlusconi, che anzi ha anche votato, in passato. La sua decisione di fare il film sul premier svela però la volontà di rinascere: la sua presa di coscienza, contro tutti, contro le paure di compromettersi, contro la moglie che non lo capisce, contro il mondo del cinema che lo ha tradito, è la titanica, incosciente forza bruta del cinema che vuole costruire storie. Storie di opposizione nei confronti del potere, certo. Storie che scavano nella verità più repellente, sicuro. Storie come quelle di cui si era fatto interprete il cosiddetto cinema civile, rievocato nello strepitoso finale, attraverso le musiche alla Piccioni, alla Ortolani che assumono, con le immagini cupe di un futuro possibile e inquietante, in modo dialettico il ruolo che Moretti stesso, fino ad allora, non aveva avuto la forza, forse la possibilità di assegnare al cinema: che si prende sulle spalle, finalmente senza mediazioni, la storia, le emozioni, il “messaggio”.

Detto questo, il film è scritto magnificamente (il migliore script, secondo me, dai tempi de La Messa è finita); interpretato in modo straordinario (confermo quanto si è letto su quello che è stato molto più di un cameo di Michele Placido: un ritratto per niente sguaiato, ma anzi misurato e intenso dell’attore-cialtrone). Ed è diretto in un modo insolitamente brillante (le false sequenze dei film para-poliziotteschi con cui inizia il film sono più divertenti a vedersi di quanto non avevo avuto l’impressione che avrebbero potuto essere nel leggere le recensioni).

elio De Capitani-Berlusconi, ne IL Caimano di Nanni MorettiNon è un caso che alla fine quasi non ci si ricordi di Berlusconi. Il bravo Elio De Capitani passa come un ectoplasma, come un ricordo, un incubo, parlando la lingua dell’originale quasi per affidare alla storia in modo apodittico il condensato della sua sottocultura.
Berlusconi-personaggio viene in effetti surclassato dal Berlusconi autentico nelle ahinoi universalmente note immagini del “discorso del kapò”, al Parlamento europeo, e di una impacciata, allucinante autodifesa in un’aula di tribunale nella quale prova a giustificarsi di spese in nero con gli obblighi di regalare preziosi gioielli alle mogli dei suoi commensali, in modo da formare, nel corso degli anni – e con il prezioso aiuto di un computer – “come delle parure”.

Berlusconi kapòIl ruolo del Berlusconi come protagonista della trasformazione dei costumi attraverso l’imbarbarimento della TV e dello stesso cinema (il “discorso del kapò” fa riferimento a un fantomatico “produttore che in Italia sta preparando un film sui campi di concentramento”: sembra questa una parodia della realtà), per contrasto illumina la reazione anche ideologica di Moretti, che in un rovesciamento di campo coraggioso e libero, rivendica per il cinema la possibilità di lottare contro il potere costituito.
Il cinema che sa essere tante cose insieme (e nel Caimano le vediamo tutte): sogno, archetipo, mascalzonata a basso prezzo. Ma anche (diciamolo sottovoce) arma di ribellione.

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