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Match point

Visto che non posso dire nulla del Caimano, che non ho potuto vedere causa sovraffollamento (arrivato un’ora prima, ma niente da fare), voglio dire la mia sul film che sono andato a vedere in sostituzione. Un film che ha incredibilmente diviso le opinioni. Già questo mi pare un successo: chi parla più di film? Dove sono i film di cui parlare? Che differenza c’è fra un film e un altro?  Match point.

Io non dirò ora che le caratteristiche che mi paiono più significative di questo film sono tali da determinare per forza piacere, consenso, o se possano quindi cambiare l’opinione di chi il film proprio non lo ha digerito (magari senza nessuna ragione, salvo, come in qualche caso mi è capitato di leggere, quella di non averlo trovato come secondo lui avrebbe dovuto essere – mah).
Match point è un film stilizzato e ossessivo.

I dialoghi e le situazioni non vogliono essere realistiche, ma solo alludere a modelli esistenziali e sociali prosciugati di linfa vitale. Come animali imbalsamati, seppure dotati ancora di movimento, i personaggi agiscono senza avere consapevolezza di essere caselle di uno schema neppure preordinato, ma in via di realizzazione secondo regole combinatorie casuali.
La felicissima scelta di accompagnare quasi tutto il film (tranne la sequenza-clou) con arie d’opera accompagnate dal pianoforte (persino a teatro!) sostiene questa impressione di smottamento di senso: come il cantante accompagnato da un solo strumento “stilizza” la natura originaria dell’opera da cui estrapola un brano, così i personaggi stilizzano la propria esperienza para-esistenziale in una storia.

Nessuno dei personaggi sembra essere interessato da quello che fa. Non il ricchissimo industriale o finanziere che sfoggia una maniero in campagna tutto boiserie, cavalli, fucili e fustagno, che vive con l’aria dimessa di un direttore di una filiale di banca di provincia; non la moglie, la cui meschinità è irrimediabile e quasi soave, specie quando beve un goccio di troppo; non la figlia Chloe, ossessionata dal rimanere incinta e innamorata della vita facile e allegra con un candore estatico da minus habens; non suo fratello di cui merita di essere ricordato assolutamente nulla (anzi, forse suo fratello è il nulla).
Il protagonista, Chris, non sembra essere interessato da niente. Il tennis, la sua professione, lo annoia; si dice un amante di musica lirica, ma a ben vedere questo è vero, ma nei limiti di una passione arida, più legata alla conoscenza di un cd raro che al piacere emotivo, quasi che una qualsiasi forma di godimento sorprenda e imbarazzi colui che dovrebbe provarlo. La sua svolta professionale nella azienda del suocero è vissuta con la gelida accettazione di chi sa benissimo di non valere nulla e di avere solo l’appoggio incondizionato e francamente ottuso del padrone, ma questo alla fine conta poco o nulla: i vantaggi alla fine sono superiore agli svantaggi, e va bene così.
A salvarsi sembra esserci solo Nola (Scarlett Johansson), attrice di Boulder, Colorado, un pesce fuor d’acqua, attrice senza talento, aggressiva, sensuale. Il suo ruolo di vittima è assoluto: è l’unica a cui la vita dà la patente di mediocre ed è l’unica a non esserlo (un po’ come il personaggio di  Dianne Wiest in Hannah e le sue sorelle); è l’unica ad essere sconfitta in partenza e non poter far nulla per evitarlo, perché la sua vitalità, il suo combattere per un futuro non può essere un’arma contro l’ironia del destino. Il suo incontro con Chris, che qualcuno ha trovato irreale, è semplicemente… irreale.
In quel momento, più che in ogni altro, è evidente che i personaggi altro non sono che marionette che recitano un copione di altri, pagine strappate a caso da altre storie e ripetute senza verosimiglianza. C’è quasi l’impressione che i due, a prima vista, ricostruiscano d’un colpo i fili del loro destino comune, come se si riconoscessero, e avessero un passato condiviso. Invece non c’è nessun passato, è il futuro che li tiene uniti, e questo primo incontro sopra le righe, fasullo, li mette a nudo, entrambi “indecenti”, anche se per motivi diversi, entrambi rappresentanti di un modello. 

Woody Allen tratta questa materia con il distacco e l’amarezza di chi, come i suoi personaggi, non abbia alcun potere sulla sua storia. Con l’algida geometria di un Rohmer, Louis Malle, o persino di David Lynch.
La storia scorre per accumulo di elementi che non lasciano spazi a percorsi consueti. Allo spettatore, spiazzato, non rimane che seguire lo svolgersi di fatti e di dialoghi che non rispettano un diagramma conosciuto, non hanno, per semplificare,  nulla di televisivo. Le informazioni si accumulano in orizzontale. Non ci viene richiesta nessuna identificazione e, direi finalmente, Allen riesce anche a liberarsi dal complesso di inferiorità che da sempre nutre nei confronti della classe agiata, ma con qualche pretesa intellettuale. Qui, finalmente, non si salva nessuno, e i comportamenti, i gusti, gli stili di vita dell’alta borghesia londinese post-laburista sono fatti a pezzi senza indulgenza, ma senza cattiveria, o ironia: sono il solo fondale, neutro, possibile di una storia come questa.

Detto tutto ciò, è pure superfluo sottolineare la mossa geniale dell’anello che rimbalza al di qua del parapetto; superfluo discettare se un certo snodo narrativo sarebbe o meno piaciuto a Hitchcock; se i poliziotti siano o meno efficaci nella loro inchiesta. Il film funziona perfettamente per il tono e la perfetta aderenza fra i presupposti e la messa in scena, e, il che non guasta, per l’eccentricità rispetto al 98% dei film che ci tocca vedere.
Gli anni trascorsi da Crimini e misfatti, dove si raccontava più o meno la stessa storia, o comunque la stessa situazione morale, hanno portato Allen ad abbandonare qualsiasi compromesso (nel primo lui si era ritagliato una parte tragicomica che, contrapposta alla parte caricaturale – ma molto divertente –  di Alan Alda, costituiva un contrappeso programmatico: la mescolanza, imparata dal cinema neorealista italiano, fra tragedia e commedia – che lì funzionava benissimo): il rigore compositivo ancora più pessimista e rarefatto di Match point lasciano una amarezza irredimibile. Ed è questo che dà valore al tema del destino, in sé non particolarmente originale. Come una variazione, l’ennesima, su un tema popolare.
Come un’aria dell’Otello accennata con l’accompagnamento al pianoforte. Pura espressione formale.

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Categorie:cinema e film
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