Riappello

Franco Cordero è tornato ieri su Repubblica a criticare la nuova norma che vieta al pubblico ministero di appellarsi contro la sentenza di assoluzione, di cui ho intrattenuto i miei ospiti qualche giorno fa.

Alcune cose sono convincenti, altre no.
Dice l’illustre: la Costituzione, art. 111, sostenendo che "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità", di fatto vanifica la riforma dell’art. 593 CPP, che di fatto, e per fortuna, nasce morto.
Qui una panoramica sulla dottrina recente nella pubblicistica italiana sull’argomento (limitatamente all’indice e all’abstract degli articoli). Non ho il tempo di scandagliare la rete alla ricerca di testi e dottrine ulteriori.
La cosa che mi interesserebbe approfondire è la seguente: mirando il processo alla ricostruzione della verità giuridica dei fatti al fine di verificare se ci sia stata una violazione di una norma penale, quando comincia e quando finisce? (la definizione è tratta da Wikipedia, che in tema di Diritto mi pare estremamente attendibile).
Questa la metto fra le cose poco convincenti.

Fra le convincenti invece la critica alla ratio cui si sarebbero richiamati i promotori della riforma (Pecorella & Co.), e cioè il VII Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmato a Strasburgo il 22 novembre 1984.

Il Settimo protocollo addizionale, all’articolo 2, c.1, recita: "Ogni persona dichiarata rea da un tribunale ha il diritto di far esaminare la dichiarazione di colpevolezza o la condanna da un tribunale della giurisdizione superiore. L’esercizio di tale diritto, ivi inclusi i motivi per cui esso può essere esercitato, è disciplinato dalla legge".
Il Settimo protocollo viene promulgato per statuire "ulteriori misure idonee per assicurare la garanzia collettiva di alcuni diritti" , ed è ovvio che sia circoscritto a questo ambito e non ad altri. Il fatto che non dica che questo diritto debba essere esercitato anche dalla pubblica accusa in altre forme e per altre ragioni non mi pare che lo vieti.

Mi convince anche il fatto che una sentenza inappellabile debba essere presa da una giuria, com’è nei paesi dove ciò accade, e non da un singolo giudice.

Peraltro non mi convince del tutto la proposizione che il secondo grado debba essere comunque garantito a entrambe le parti. A me continua a parere che la questione deve essere vista diversamente e cioè dal punto di vista della tutela delle libertà personali: non perché lo stabilisca la Convenzione europea (che, ripeto, autodefinisce il proprio ambito, ma non vieta alcunché); ma perché mi pare sia un principio che giustifica l’azione penale. Ma non ne sono pienamente certo.

Dice l’illustre che il secondo grado limita comunque il grado di errore? Certo. Anche un terzo, o un quarto. Perché allora non un quinto? Giusto per essere sicuri sicuri. Qual è il principio ordinatore? La prassi o il diritto?
Dal punto di vista del diritto, mi pare che non sia efferato pensare che se errore ci può essere (e sicuramente c’è) quello a danno della persona è prevalente su quello alla società (e qui il richiamo al Settimo Protocollo può essere congruente: se se ne è occupato è chiaro che è materia che rientra a pienissimo titolo nella sfera dei diritti fondamentali dell’individuo – il problema è capire se l’individuo è prevalente sulla società che lo ospita, e questo, direi, non può che variare da cultura giuridica a cultura giuridica).
Locke, nel "Treatise of civil government"  diceva che "I diritti naturali dell’uomo sono più forti di qualsiasi interesse comune e non possono essere calpestati", ed è evidente che, cito da Sandel, Il liberalismo e i limiti della giustizia, "quando la giustizia ha come conseguenza certi diritti individuali, questi non possono essere calpestati neppure dall’intenzione di raggiungere il benessere generale", ma, ripeto, tutto sta a cogliere il punto di equilibrio all’interno di una tradizione: che non è un concetto astratto, ma la media delle norme che regolano, sulla base di principi ritenuti generalmente validi, lo stare insieme di un gruppo coeso.

La domanda che gli oppositori alla riforma potrebbero fare è: una volta che sia stabilito che l’appello alla sentenza di condanna è conforme al rispetto dei diritti della persona e quindi alle convenzioni internazionali, l’appello del pubblico ministero alla sentenza assolutoria è in contrasto con questi diritti?

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