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Il paese reale

Mentre in molti, da destra, sinistra, sopra, sotto, ritengono che la Chiesa cattolica abbia una qualche influenza, positiva o negativa, sugli usi e costumi degli italiani, mercoledì pomeriggio, su Rete 4, verso le 16 e 30 due tizi completamente nudi si rotolano su un letto, esplorando in profondità le rispettive e reciproche cavità orali. Il fatto che l’inquadratura rimanga per tutta la durata del giocoso amplesso su uno stretto primo piano (nemmeno tanto stretto) e che in definitiva non si veda nulla, non credo sia particolarmente significativo.
In quello stesso momento, su Canale 5, Eve sta uscendo da un lussuoso condominio di Park Avenue o di chissà dove, entra in un taxi, di cui non vediamo il conducente (stonerebbe con il glamour prenatalizio fatto di luccichini dappertutto e candidi fiocchi di neve) e ordina la destinazione: Madison Avenue.
Stacco. Ufficio in Madison Avenue, Eve, in piedi, spiega a dei rozzi produttori di un vino di qualità (indossano consunte giacche di velluto su camicie a quadri) seduti attorno ad un tavolo ovale, i contenuti della campagna pubblicitaria che ha ideato per loro. La sua prosa retorica è intervallata da foschi primi piani sui committenti, silenziosi e cupi. Su uno schermo al plasma scorrono immagini rassicuranti ed evocatrici che collegheranno l’idea del vino a quella dei bei ricordi: il giorno del matrimonio, di una gita in campagna…

Stacco. Eve viene congratulata dai colleghi: il contratto è suo.

Di che si tratta? Di una pubblicità che fa il verso a un certo cinema non so, alla Adrian Lyne, se non alla Sydney Pollack o alla Mike Nichols? O a Sex and the city?
No: è l’incipit di un film della fascia pomeridiana, un tv-movie (come si riconoscono i tv-movie? dai titoli di testa: malamente sovrimpressi con la titolatrice elettronica su quelli originali), Il desiderio di Eve, regia di Timothy Bond (Eve è interpretata da Elisa Donovan).

Sia l’amplesso di Rete 4 che l’inizio di questo film (che non so dirvi come prosegua perché altri, precedenti impegni mi hanno impedito di proseguirne l’emozionante visione) trovo siano una interessante paradigmatica rappresentazione del kitsch nazionale (e una implicita smentita a chi creda che nel nostro paese in tema di comportamenti e di regoli morali le radici cattoliche e la fatica – francamente sovrumana – di Ruini abbiano peso).

In particolare, i tv-movie sono costituzionalmente, inevitabilmente kitsch (perdonatemi: il tema del kitsch, nella sua accezione brochiana di  mi ha sempre affascinato, sin dagli albori del blog, su Clarence (anche qui): “La parola Kitsch designa l’atteggiamento di chi vuole piacere ad ogni costo e al maggior numero di persone. Per piacere bisogna confermare quello che tutti vogliono sentire dire, bisogna mettersi al servizio dei luoghi comuni”.

Infatti, in un normale film (compresi quelli alla Adrian Lyne e company) i rozzi contadini del Mid West o di non so dove si sarebbero alzati in piedi sdegnati, avrebbero tirato fuori dalle tasche interne delle loro giacche roncole e pugnali e avrebbero scotennato la povera Eve o, in qualche forma leggermente più sofisticata, avrebbero comunque messo in crisi il modello Madison Avenue applicato al loro mirabile prodotto e mandato a fare in culo la poco avvenente Eve e il suo ufficio di loffi impomatati art director e copywriters.
Invece i poveretti trovano la retorica di Eve convincente. Le loro facce inespressive rappresentano non la distanza culturale: la distanza può connotarsi in positivo o in negativo, ma in questo caso non ci possono essere dubbi al riguardo: essi riproducono la loro sudditanza culturale. I poveretti pensano che associare il loro vino ai ricordi del giorno del proprio matrimonio sia proprio una gran bella idea. In una parola, i rozzi produttori di vino rappresentano il pubblico televisivo che si beve (battutaccia…) qualsiasi cosa. Sono lo specchio solo un po’ caricaturale proprio di quello stesso pubblico che sta assistendo da casa, dal tinello, dalla cucina, dal salottino bow-window delle villette a schiera a quella stessa scena.
I tv-movie sono kitsch perché rispondono alle esigenze della media. Non potrebbero mai mettere in crisi il modello di riferimento. Anzi: lo duplicano, lo adottano, lo vampirizzano e ne sono vampirizzati.

La scena di sesso esplicito, chiaramente extraconiugale, – appena appena edulcorato da inquadrature attente a non far vedere centimetri sconvenienti – esibita alle 16 e 30 all’interno di Sentieri, risponde, da un altro fronte, alle stesse esigenze: essere moderni, seguire i costumi contemporanei senza nessuna velleità anticonformista, anzi, con quell’ipocrita autocontrollo che rende il tutto pruriginoso seppure contestualmente libero da vincoli moralisti (dice Milan Kundera ne L’arte del romanzo, a commento delle teorie di Broch: “Oggi la modernità si confonde con l’immensa vitalità dei mass media, ed essere moderni significa uno sforzo accanito per essere aggiornati, per essere conformisti, per essere ancor più conformisti dei conformisti: la modernità ha indossato la veste del Kitsch”, p. 226-7)
(torno sul fatto che la scena fosse in qualche misura ipocritamente castigata: non credo proprio che nessuno possa leggere in quei piani stretti un moralismo autocensorio di ritorno: non si tratta di pruderie, quanto semplicemente di un adeguamento a un canone tecnico che in nessun caso avrebbe potuto essere violato; il significato della scena è assolutamente esplicito, ed è: su Sentieri alle 4 del pomeriggio non fa scandalo mostrare, sostanzialmente senza freni inibitori, un amplesso amoroso fra due giovani perché il pubblico di Sentieri si rispecchia senza alcun problema di natura etica o puramente religiosa in quel comportamento e se c’è qualche bambino davanti alla tele, ciccia, affari suoi e dei suoi genitori, anzi tanto meglio, così impara pure qualcosa).

Postilla: la televisione Americana ci propone di tanto in tanto prodotti radicalmente diversi: “Sex and the city”, un serial. Anche lui un prodotto per la tv. Come “Desperate housewives”, come i “Soprano”, come “Law and Order”, come …
Misteri della televisione americana.
(Se ne avrò tempo e voglia un discorsino su Desperate housewives andrebbe fatto, per esempio).

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  1. 30 dicembre 2005 alle 20:35

    “tra poco più di un’ora spengo il computer e se ne riparla il 3 gennaio dell’anno prossimo”. Le ultime parole famose.
    Mauro

  2. utente anonimo
    31 dicembre 2005 alle 21:45

    Lui intendeva il computer del lavoro.

    Buon Anno a tutti – chissà perchè questa storia del nuovo anno mi mette un pò di angoscia, come se significasse dover ricominciare a faticare per vivere. Comunque domani a quest’ora sarò a Parigi.

    Divertitevi e statemi bene.

    Cristina

  3. 3 gennaio 2006 alle 09:41

    Attendo con ansia il discorsetto su Desperate Housewives, che a me piace assai.

  4. 3 gennaio 2006 alle 10:28

    Ezio scusa ma il punto di questo discorso qual è? Non cadere nella ovvia trappola del moralismo di sinistra! È molto, molto kitsch.

  5. bsq
    3 gennaio 2006 alle 13:00

    Intanto trovo bellissimo che Splinder abbia democraticamente reso interrogativi i nostri profili-utente, lasciando una angosciosa impronta digitale (è il caso di dire) in luogo di imbarazzanti pose autobiografiche (vero Davide?)…
    Ennio, che ti aspetti da un vecchio immarcescibile cattocomunista che difende persino Pierino Fassino anche dopo aver letto i peraltro modesti e commoventi verbali delle intercettazioni, nei quali mostra, il povero pierino, un tragicomico desiderio di volersi sedere a tavola con i ricchi (e quelli gli lasciano credere che è così….) volevo dire che alla fin fine il succo del discorso, eccolo: il valore dell’etica della realtà e della modernità è tarato sulla produzione media televisiva a sua volta tarata sulla modernità e insomma è un tutt’uno e basta con il paese baciapile e moralista: dov’è?
    ciao

  6. 3 gennaio 2006 alle 14:25

    No, macché, a me che splinder abbia azzerato le pics sui profili è dispiaciuto. Io la foto prima o poi ce la rimetto, anzi.

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