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Lo scrittore misterioso

Alla fin fine penso che il blog debba permettere di dire cose anche un po’ così, per chiacchierare un po’. A caldo. Bene, pochi minuti fa ho sentito a Fahrenheit uno spezzone di intervista con uno scrittore dalla voce chiaramente bolognese e, avrei detto, di una certa età. Non sapevo chi fosse e dal tono sia delle risposte che delle domande stavo cercando di farmi un’idea. Non mi piaceva molto quello che stava dicendo e a mio parere, il conduttore, mi pare Tommaso Giartosio, non aveva granché apprezzato il libro, ma non lo voleva far capire. Per una forma di cortesia per l’ospite; perché, ho pensato, non aveva l’intenzione di offenderlo con considerazioni stringenti in ragione sia della sua età sia del fatto che se un autore viene a Fahrenheit merita il rispetto concesso in genere agli scrittori di un certo tipo. Già. Perché a mio parere, in base alle cose che stavo sentendo, sia trattava di un autore di letteratura media, e il libro che aveva scritto, sul Messico, fosse interessante sì, ma non scritto proprio bene bene, tanto che ad esempio, notava Giartosio, contiene imprecisioni linguistiche come l’uso della parola etnia (la vicenda del libro si svolge nel 19. secolo): chiaramente un anacronismo.
L’autore ha spiegato, secondo me arrampicandosi un po’ sugli specchi, che la cosa è voluta e bla bla. Ma insomma, per me il tono era quello di chi improvvisava una risposta qualunque, tanto lui scrive un po’ come viene, senza controllare il proprio linguaggio, perché alla fin fine quello che gli interessa è la storia, e non trattandosi di libri di alta letteratura che stiamo lì a fare il pelo sulla presenza dell’etnia…
Lo scrittore dalla voce da vecchio bolognese ha ammesso poi la derivazione dai film di Sergio Leone, e dagli spaghetti western in generale e da un autore di cui non sono sicuro di avere afferrato il nome (McCarthy?) perché il suono del clacson di un macchina che mi ha sorpassato ha coperto l’audio.
Al momento di congedarsi il conduttore ha rivelato, a me a agli altri ascoltatori che si erano collegati proprio in quel momento (come dicono i grandiosi radiocronisti di Tutto il calcio) che l’autore del libro del giorno era Valerio Evangelisti e i libro il suo ultimo romanzo Il collare di fuoco.

Bene. A me Valerio Evangelisti non piace; non piaceva già da prima. Non mi interessa quello che scrive e non piace come lo scrive. Un fatto personale. E l’ascolto di questa intervista “cieca” mi ha rincuorato: c’è qualcosa in lui che evidentemente mi respinge (credo che se ne farà una ragione) se durante l’ascolto io avevo classificato quelle parole, quel senso, nella categoria della “letteratura di consumo”.
E’ interessante come un giudizio (perché io ho effettivamente esercitato comunque, ascoltando le risposte, una funzione critica direi pura, come l’assaggiatore bendato che deve stabilire la qualità dei vini) abbia funzionato anche da pregiudizio (soprattutto sulle domande) attribuendo al conduttore un’opinione che lui non ha espresso, e forse neppure pensato, sulla scorta del mio sentire.

Se avessi saputo che l’intervistato era Evangelisti? In che modo la conoscenza avrebbe influenzato il mio giudizio? Per quanto riguarda le risposte credo in nessun modo. Forse non avrei pensato che la risposta sul linguaggio era proprio buttata lì ma in qualche modo corrispondesse alla verità (senza smuovere la mia opinione negativa, peraltro). Forse avrei giudicato diversamente le domande. Penso che non le avrei attribuito una sottolineatura critica tanto accentuata. O piuttosto avrei pensato che comunque il tono era quello di chi si assoggetti ad una current opinion secondo la quale Evangelisti è uno scrittore di serie A e come tale va trattato. Mi sarei innervosito di più. Le cose che ho ascoltato non mi stavano convincendo punto. D’altra parte l’anonimo dalla voce da vecchio bolognese mi pareva innocuo (se non fosse stato Evangelisti, con la sua aura) e Giartosio (se di Giartosio si trattava) cortese a non umiliarlo con l’acume della sua superiore intelligenza critica.
Cosa che si sarebbe avvicinata di più alla oggettiva realtà dei fatti (secondo me, ça va sans dire).

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  1. 15 dicembre 2005 alle 21:32

    Caro Ezio, confesso che di Evangelisti ho letto solo Cherudek, che non mi è piaciuto poi molto. Però non è stata solo una questione di forma narrativa (se la storia mi piace non vado tanto per il sottile, in verità). E’ la storia in sè che non mi ha attirato. Ora, la riflessione s’impone. A te non è piaciuto per alcune affermazioni sentite via radio. A me per l’unico suo libro che ho letto. Però esiste un fenomeno Evangelisti, Eymerich (o come comunque si scrive) ha tanti amatori. Allora, pregiudizi a parte, cos’è che rende Evangelisti tanto apprezzato? E che cosa è che noi non capiamo?
    Mauro

  2. 15 dicembre 2005 alle 21:33

    E che anche Tommaso Giartosio (se era lui) non ha capito, visto quello che scrivi (io la trasmissione non l’ho sentita).
    sempre mauro

  3. bsq
    16 dicembre 2005 alle 10:21

    Caro Mauro, io ho letto Antracite. L’ho trovato un libro divertente ma anche indisponente. Voglio dire: un libro che non nasconde niente: la fatica documentaria per poter essere scritto (chi puo’ negarla?), il gioco un po’ demenziale della magia, il gusto pulp, il western sporco e decadente… tutto esibito e come dire, di primo livello. Ovviamente fini esegeti corazzati ideologicamente molto piu’ di noi troveranno e trovano sottotesti mirabolanti, arguzie e finezze letterarie che soddisfanno i palati piu’ fini (e gli amici piu’ cari). Se poi piace meglio per lui e per tutti.
    Sì, era Giartosio.

  4. bsq
    16 dicembre 2005 alle 10:24

    Aggiungo: l’ho letto come se fosse stato Tex. Se a uno piace Tex più di come piace a me, che lo leggevo dal barbiere, o seduto sulla tazza, allora trova pane per i suoi denti. A me non piace quel genere lì. Amo i western classici (e i western decadenti) ma non gli spaghetti-western in salsa messicana. Ognuno ha i limiti che madre natura gli dà.
    e.

  5. utente anonimo
    18 dicembre 2005 alle 14:46

    Ma “Antracite” è il terzo di una trilogia (quella del Metallo Urlante), pieno di cose che non si capiscono se non si è seguito nei primi due l’itinerario esistenziale di Pantera!
    Che senso ha cominciare a leggere Evangelisti da quel libro? E, mi chiedo, che senso ha giudicare un libro e uno scrittore da un’intervista ascoltata a metà? Non sarebbe più saggio tacere di quel che non si conosce?

    R. Leonardi

  6. bsq
    18 dicembre 2005 alle 18:54

    Pretendere un itinerario esistenziale per Pantera, lo nganga e quella roba là necessita, per quelle che sono le mie povere corde letterarie, sforzi sovrumani.
    Che significa “non conosco”? Non consoco tante cose, poi le provo e mi piacciono o non mi piacciono. Ev. non mi è piaciuto al punto che non mi va di riprovarci. Capita. Oltretutto dire che Antracite si debba leggere solo dopo aver letto i due precedenti mi sembra non rendergli un bel servizio. Se vale, vale da solo. Se ha bisogno di due stampelle…
    E comunque anche un’intervista alla radio dovrà pur servire a qualcosa, se no non ci andrebbe. A me ha convinto che Collare di fuoco non interessa. C’è qualcosa di male? Non sono un critico letterario, esprimo suggestioni e vizi, come tutti i lettori, come tutti i lettori che quando vanno in libreria scartano il 99% dei libri in vendita in base a pregiudizi e ne comprano il restante 1 in base ad altrettanti pregiudizi. Ne parlo, qui, per verificare pubblicamente i miei pregiudizi, e magari suscitare interesse su un libro: non per indurre qualcuno a comprarlo o a rifiutarlo.
    Ciao

  7. utente anonimo
    18 dicembre 2005 alle 21:11

    Basquiat è, come sempre, un gentleman e si esprime con la sua consueta pacatezza. A me, invece, sembra così insensato sentir dire che si debba tacere di quel che non si conosce. Chi ha la certezza di conoscere e dunque il diritto di parlare? Chi ha detto che occorre ascoltare un’intervista da cima a fondo per poter esprimere un parere? Chi ha stabilito che, per poter apprezzare un libro di una serie, occorre aver letto quelli che lo precedono? Non esiste un solo modo per conoscere nè un solo modo per giudicare.

    A me, per esempio, basta un attimo per formulare un giudizio che è, ovviamente, soggettivo ma che potrei logicamente sostenere contro chiunque. …però, mica me la prendo con coloro che necessitano di più tempo o che hanno criteri di valutazione diversi dai miei!

    Cristina

  8. bsq
    19 dicembre 2005 alle 09:27

    Grazie Cri. La penso come te.
    Parlare di ciò che non si conosce è ermeneuticamente utile quanto parlare di ciò che si conosce. Poiché è il parlare in sé che acquista e produce senso. Caro Leonardi.
    (mi smentisca chi sa)

  9. utente anonimo
    19 dicembre 2005 alle 11:28

    L’ineffabile si sottrae comunque ai nostri tentativi di rappresentazione verbale o scritta. Ma non credo che ci sia bisogno di porsi dei limiti, i limiti si impongono a noi. Interpreto la famosa affermazione di LW “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” come “su ciò di cui non si riesce a parlare non si può far altro che tacere (ma ci si può provare, facendo uso di logica e coerenza)”.

    Cristina

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