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I detective selvaggi / Roberto Bolaño

Chiunque abbia conosciuto un aspirante o sedicente artista latinoamericano si è di sicuro imbattuto nella manifestazione di quel particolare portato culturale composto da arroganza, presunzione e ironia tipico di chi, per diverse ragioni, abbia modellato la propria proiezioni di sé nel mondo secondo queste convinzioni:
1) convinzione di essere Nuovo;
2) convinzione di essersi emancipato da tutti i legami coercitivi quali:
    2a) il legame dalla mamma;
    2b) il legame dalla chiesa cattolica;
    2c) il legame dalla tradizione classicista;
    2d) il legame dalla cultura dominante dei gringos;
c) convinzione di essere eredi testamentarî di Borges e Cortàzar.

In qualcuno, in me tanto per non fare nomi, un tale atteggiamento provoca un sentimento oscillante fra il complesso di inferiorità (originato dalla presa di coscienza della autenticità – almeno esteriore –  di alcune di queste affermazioni), l’invidia, il fastidio, il rifiuto, il rifugio, infine, nel valore che più ci allontana da loro, di cui noi europei (italiani in particolari) siamo infatti ricchissimi e loro poverissimi: l’autoironia.

Ma questo aspetto è secondario. Quello che volevo sottolineare è che la presunzione di essere il Nuovo Centro del Mondo raramente si accompagna a risultati qualitativamente significativi, ma questo non diminuisce la forza vitalistica del loro credere il contrario. Questa cosa non li sfiora.

Tanto più, alla luce di queste considerazioni (che brillano di pura obiettività) la lettura di Detective selvaggi, uno dei più noti romanzi di Roberto Bolaño, produce in me un godimento straordinario.
I giovani poeti seguaci della nuova, ambigua e paradossale corrente del realvisceralismo, attorno ai quali ruotano le vicende del romanzo, non sono diversi dagli artisti latinoamericani di cui sopra. Ne condividono vizi e slanci esistenziali. Tuttavia la vicenda è raccontata con partecipazione e solidarietà, ma da una decisiva distanza. Che non produce una facile ironia, o disprezzo. Non c’è un punto di vista altro, che indirizza il giudizio del lettore verso una critica socio-culturale di questi atteggiamenti; ma non c’è neppure un piatto giustificazionismo. Quella di Bolaño non è una presa di distanza, ma una distanza raccontata dal di dentro.
Sono arrivato a pagina 157 (su oltre 800), e dunque non so quale piega prenderà il romanzo. Quello che fin ora è chiaro, è che Bolaño ama i suoi personaggi nei loro vizi, nella loro mediocrità. Che però non si sognerebbe mai di nominare. Eppure è così.
Perché ne sono sicuro? Perché non dovrebbe procurarci pura e definitiva invidia questo errare fra piccole librerie sporche del Districto Federal di Città del Messico? Perché non dovremmo sentire come una nostalgia di cose mai vissute (che a mio avviso costituisce il nucleo della forza mitopoietica ed evocativa della letteratura) la bohème letteraria  fra sordidi bar e ancor più sordide cameriere? E i seminari di poesia, la vita scapestrata dell’élite culturale di un paese poverissimo (ma che rimane sullo sfondo) com’è il Messico?
Perché Bolaño, con una magia, sottrae alla nostra vista l’oggetto della sua narrazione. Che diventa nome, fumo, ma non una vera ragione per sacrificarci un’esistenza. La poesia. La poesia, evocata, presente praticamente in ogni pagina, non c’è. Come non ci sono i poeti, quelli veri. Ci sono i loro nomi, elenchi infiniti di poeti (che non essendo il lettore un esperto di letteratura ispanica lasciano dubbi sulla loro vera esistenza ma intatto il piacere eufonico del catalogo esotico), titoli di libri, di raccolte, classificazioni esilaranti (i poeti ci sono solo due categorie che li rappresentano: i finocchioni e le finocchie, punto). Ma di versi: zero.
Di ritorno da una conferenza di Octavio Paz, la sola cosa che il protagonista si ricordi di riferire è un particolare movimento delle mani del poeta. Il protagonista passa le ore ai tavolini dei bar a leggere e scrivere poesie, che poi declama alle sue occasionali fidanzate, ma nel testo non ve n’è traccia. Nemmeno una, nemmeno una citazione, niente di niente.
Il fine e lo strumento della realizzazione esistenziale di questi giovani è uno spettro, un’ipotesi, qualcosa che non ha nessun valore.
Io trovo fenomenale questa ellissi clamorosa. Un virtuosismo a levare che mette in ridicolo il loro affanno, senza offenderlo. Un atteggiamento umanista, generoso e obiettivo ottenuto con un’economia di mezzi che, ecco la lezione che mi porto a casa, è molto più efficace di un giudizio, o di una risata grossolana. Se c’è presa di distanza è dal moralismo.

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Categorie:letture
  1. utente anonimo
    4 dicembre 2005 alle 19:53

    Che bel post!
    E’ricco di idee, è vigoroso e descrive con colori vivi il contesto del romanzo. Lo rileggerò ancora.

    Grazie per aver risollevato il mio umor nero della domenica sera. Sarebbe migliore una vita senza lunedì?

    Cristina

  2. 5 dicembre 2005 alle 11:03

    tieni solo conto, limitatamente a Cortazar, che la sua è una posizione anomala, rispetto alla “squadra” che prendi in esame: fortemente influenzato dai suoi lunghi soggiorni parigini.

  3. 5 dicembre 2005 alle 12:02

    Ezio, non ho letto il libro né conosco bene la letteratura sudamericana. Però quanto è vero che l’autoironia è una roba soprattutto europea. Francia a parte naturalmente.

  4. bsq
    5 dicembre 2005 alle 12:26

    Cletus, vero: infatti in una prima bozza avevo inserito anche “e tutti gli scrittori costretti all’esilio parigino”, soppressa per una forma di politically correctness forse un po’ pulciosa. (in fondo gli esilitati avevano loro ottimi motivi, e spesso drammatici, per esserlo: non volevo mischiarli con le bassezze paraculturali dei loro epigoni). Sta di fatto che sono proprio loro, gli “artisti” latinoamericani a fare di tutta l’erba il famoso fascio.
    Ciao

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