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Il complotto contro l’America / Philip Roth

“Ancorché l’argomento d’una Tragedia sia cavato dall’Istoria, nulladimeno la maggior parte degli spettatori non lo sà, essendo nuovo in quanto ad essi, e in tanto dà campo di divertire ognuno. Bisogna dire la medesima cosa de’ Romanzi, con questa distinzione però, che la finzione totale dell’argomento è più da riceversi ne’ Romanzi, i cui Attori sono Principi e Conquistatori, e le cui avventure sono illustri e memorabili; non essendo verisimili, che le grandi avventure fossero state nascoste al mondo e omesse dagli Storici; e la verisimilitudine che non sempre si truova nella Storia, è essenziale al Romanzo”
(Pietro Daniele Uezio)

rothNon ho ben capito le ragioni per le quali, secondo alcuni, Il complotto contro l’America di Philip Roth non sia un romanzo riuscito.

Non mi sembra che gli interrogativi suscitati dalla storia narrativa di Roth siano prevalenti sul piacere della lettura. Voglio dire: che Roth sia partito da un atteggiamento diverso nei confronti della questione ebraica; che Roth abbia affrontato fino ad ora in maniera diversa la questione dell’identità (di Philip Roth e di Philip Roth ebreo in particolare), con risultati strepitosi (specie in Operazione Shylock, dove i due aspetti sono fusi in un gioco di falsificazioni straordinario); che Roth abbia fino ad ora affrontato in maniera diversa la Storia americana… tutto ciò va bene, ma non toglie nulla alla grandezza del romanzo.
Che non delude, neppure a confronto con le opere precedenti, anche se, ne posso convenire, non ne è forse all’altezza.

Roth ha ad un tratto, in vecchiaia (c’entra la vecchiaia? mah) sentito la necessità di difendersi da qualcosa. Ha sentito che non poteva scherzarci sopra, né rimanere cinicamente superiore a un pericolo.
Questo pericolo è l’antisemitismo?
Non solo.
Nel personaggio di Lindbergh, infatti, non c’è solo l’antisemita. C’è il bugiardo, il populista, il Grande Comunicatore, il Revisionista per così dire preventivo (Revisiona il giudizio della storia nel suo stesso farsi)… (Non vi ricorda nessuno? – e non sto parlando di Bush – lo stesso Roth invita a non appiattire il giudizio su una facile ma non veritiera identificazione – il fatto che a me, italiano, abbia ricordato, non senza un brivodo, qualcun altro, rende semplicemente merito al fatto che Roth abbia colto, comunque, un particolare spirito del nostro tempo).

Roth aveva un problema. Rendere credibile la Minaccia. Deve aver pensato: collocare la paura nel futuro non ha la stessa forza che collocarla nel passato, intingendola cioè in ciò che è sicuramente vero.
Questo espediente assegna una forza testimoniale alla Minaccia come nessuna fantapolitica può sostenere. La Minaccia è verosimile: guardate, sarebbe bastato poco, ci siamo andati veramente vicino, e voi tutti, se avete un po’ di memoria, non potete che essere d’accordo con me. E rabbrividire: eravamo noi, poteva andare così.
Al contrario il futuro è una incognita per tutti: profeti, cassandre e indovini. E’ un gioco, una caricatura.

Una volta presa questa strada Roth ha dovuto fare i conti con il problema di rendere vera la falsificazione della storia.
E cosa c’è di più vero del vero?
Ha scelto quindi di sbarazzarsi di Zuckerman e dei finti Philip Roth (finti al quadrato, in Shylock, dove un falso Roth insidia il vero Roth che tuttavia non è in fondo meno falso del primo) e ha scelto se stesso, quello vero, con un padre e una madre veri, e un fratello vero, e una zia vera e ….

Per riprendere Huet (o Uezio, preferisco), Roth ha bisogno del massimo di verosimiglianza per rendere verosimile ciò che è palesemente falso.
Avrebbe potuto fare anche un’altra scelta. Avrebbe potuto benissimo utilizzare il suo alter ego, o nuovi personaggi.
Non sarebbe stato ugualmente efficace.
Nelle prime pagine Roth racconta la storia della sua famiglia, che vive la sua felice vita di americani, devoti al 4 luglio e al Thanksgiving,  fino a quando Charles Lindergh non accetta la candidatura per diventare presidente degli Stati Uniti.
Il passaggio dal racconto di fatti presumibilmente veri a quelli sicuramente falsi è invisibile, impalpabile, evanescente.
Come in uno Zelig a rovescio, dove è il mondo ad essere falso e solo i personaggi che lo abitano sono reali, l’incubo si materializza in una calda notte d’estate, che non si riesce a dormire dal caldo. E dalle finestre aperte arrivano le voci delle radio accese, e tutti gli abitanti del quartiere ebraico di Newark scendono in strada per commentare, sbigottiti, la notizia.
E’ un passaggio assolutamente magistrale. Si transita dal vero al falso senza soluzione di continuità, come in Filming Othello, di Orson Welles, dove, seduto alla moviola, il grande regista entra e esce dai personaggi shakespiriani con la fluidità magnetica di un camaleonte.

Il lettore non sa ovviamente dove questo confine si collochi. Non ha gli strumenti per verificarlo e, ovviamente, non ha nessuna importanza.
Il tasso di verosimiglianza è comunque elevatissimo, in virtù di una tacita intesa, fra lettore e scrittore, per cui sin dall’inizio si è portati senza opporre particolare resistenza a credere che Philip Roth sia Philip Roth, Sandy Roth sia suo fratello e Alvin suo cugino.
Il resto del racconto, poi, non ha più bisogno di autenticarsi: che sia falso è noto a tutti. Che sia verosimile è una minaccia per tutti.

Da quella notte la vita degli ebrei d’America non sarà più la stessa. Malgrado la strenua difesa da parte di Roosvelt, di Fiorello La Guardia, di un non meno populista attore radiofonico (i cui funerali sono da soli un capolavoro di narrazione empatica) .
Vivranno la loro parabola di ghettizzati per libera scelta, ma liberi e profondamente americani, a ghettizzati per coercizione, in quanto ebrei, e ghettizzati proprio perché costretti ad una forzosa diaspora (vengono infatti spediti nelle terre più ostili del Midwest come nuovi colonizzatori di programma nazionale di popolamento delle campagne). Il loro ghetto urbano, smembrato, non solo li priva delle radici, dell’identità, ma gliene assegna una nuova, che paradossalmente è la loro, quella di essere ebrei, cioè di essere diversi. Non più come scelta (Roth non fa sconti al parossistico bisogno di differenza impersonificato dai suoi genitori), ma come colpa.

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