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Heimat 2 e 3, di Edgar Reitz: falsi movimenti

(due ragioni per questo post: Licenziamentodelpoeta segnala che su MarsilioBlack è in corso una discussione sull’adattamento fatto da Rulli e Petraglia per Michele Placido di Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo. Nei commenti viene fatto più volte cenno a La meglio gioventù, spesso in opposizione ad Heimat, il capolaovoro di Edgar Reitz…. Qualche mese fa mandai aFranz/Markelo questa recensione ad Heimat 3, in quelle settimane nei cinema italiani. Markelo/Franz mi disse che l’avrebbe pubblicata al più presto. Cosa che, a meno di una mia paradossale svista, non ha più fatto – né potrà più fare! Io gli voglio bene lo stesso!

Heimat 2, o meglio Die Zweite Heimat (la seconda patria), film in 13 episodi di Edgar Reitz, che in Italia uscì in poche sale nel 1993, è la rappresentazione del Progetto, della Speranza, della edificazione di una generazione. La definizione, non sempre destinata al successo (piuttosto, il contrario), di un nuovo blocco sociale che si candida a sostituire quello post-bellico, fondato solo sulla accettazione (e dunque sulla imposizione) del modello dei vincitori: un egoismo trionfalmente capitalista che sostituisce il successo personale all’orrore, semplicemente rimuovendolo come un ostacolo per giunta reso invisibile.

Contro questo modello di crescita nel benessere materiale, ma di assoluta aridità spirituale, i giovani tedeschi, negli anni sessanta cercarono di realizzare un modello alternativo, attraverso il cinema, la musica, il teatro e la letteratura, ma soprattutto attraverso esperienze esistenziali, che il film registra nel loro farsi, nel loro commovente, titanico, fallimentare svolgersi.
Attraverso la scoperta delle libertà, nell’amore, la fuga, gli errori, la passione, l’intelligenza, la ricerca di sé, Die Zweite Heimat è uno spettacolare affresco, come si dice in questi casi, all’interno del quale i personaggi, qualsiasi elemento (dalle notazioni atmosferiche, al dettaglio dei vestiti, dell’arredamento, della gestualità, della coralità degli elementi marginali) potrebbe essere soggetto e oggetto di un quadro a sé. Questa la ragione della sua assoluta bellezza: la capacità di rendere universale il particolare. La seconda patria è dunque quella della ricerca, lontana dalle radici genetiche, familiari, oscurantiste. Ed è anche una dichiarazione di orgoglio e di rivincita sulla storia. Infatti, l’attribuzione di un valore tutto positivo al termine heimat è di per sé un atto politico e culturale rivoluzionario: l’addio al senso di colpa, alla rimozione del pensiero nazionalsocialista, e la rivendicazione di un futuro nel quale permettersi di riconoscersi come gruppo, come entità nazionale, ma non nazionalista: vivi, cittadini del mondo, capaci di fondare la propria Patria spirituale.

Heimat 3 non tradisce le aspettative fondate su tali premesse. Nel senso che le elude. Il cambio di registro era scontato, se si pensa anche alla differenza abissale che c’è fra Heimat 1 (di cui non parlo perché non l’ho visto ancora  per intero) e Heimat 2. Tuttavia c’è un’aspettativa più generale che, purtroppo, per larga parte, è andata tradita. Non legata all’architettura, o ai temi, o alle storie dei personaggi. Il terzo momento della trilogia non regge il confronto sul piano della qualità, del risultato finale. Per una serie di motivi.
Reitz (regista ormai ultrasettantenne, protagonista della rinascita del cosiddetto Nuovo Cinema Tedesco, a fianco di Wenders, Herzog, Fassbinder, Schlöndorf) si è dovuto scontrare con un ostacolo quasi insormontabile: la contemporaneità.
Nel secondo Heimat, la Storia faceva da cornice, importantissimo controcanto, ma era pur sempre relegata a una posizione di fondale.
Heimat 3 comincia con la riunificazione delle due Germanie. Il tema sembra troppo grande e, per questo, meno interessante. O forse, molto semplicemente, Reitz non è riuscito a trovare la cifra giusta per raccontarcelo. Sta di fatto che i personaggi se la ritrovano addosso, questa cosa enorme e impersonale della riunificazione, e non sanno bene cosa farci.
Ci sono gli ingenui tedeschi dell’est che scoprono la ricchezza all’ovest, c’è la povertà non rimediabile, le vecchie spetazzanti Trabant… Troppo ingombrante e poco produttiva. Come se si esaurisse nel suo essere svolta davvero epocale, e non riuscisse a lasciare nessun interstizio disponibile, nessuna smagliatura entro cui tessere le storie private emotivamente compromettenti dei suoi nuovi personaggi e questi, privati di un contesto amico, è come se abbiano perso gli appoggi necessari a svilupparsi. Appaiono spenti, poco funzionali. Sembra che ci sia un deficit di ispirazione. Manca, soprattutto nelle prime due-tre puntate, la Grande Metafora. Manca il quid emozionale senza il quale i fatti restano fatti, come svuotati di senso, pura corteccia. Troppe cose da dire, ma non una direttrice simbolica forte.

Piano piano il film abbandona questo pesante retaggio e si fa altro. Una via di mezzo fra i Buddenbrook e Zio Vanija. Lasciandosi alle spalle la Riunificazione, con quello che ha comportato, il Tema, per il tramite del disfacimento della famiglia Simon, diventa l’inaridimento della Germania, dell’Europa, probabilmente dell’uomo del terzo millennio. Aridità raccontata attraverso i suoi tradizionali corollari (la superbia, l’invidia, la megalomania, l’inevitabile autodistruzione).

I fratelli Simon (di cui avevamo conosciuto fino ad ora solo il più giovane, Hermann, il musicista protagonista del secondo capitolo), ricchi industriali, nella loro catastrofe si portano dietro tutte le ingenuità e i pericoli che il trionfo del capitalismo ha coltivato come un figlio illegittimo che, ormai adulto, si fa vivo presentando il conto. Malattie, incompetenza, suicidi: nulla verrà loro risparmiato. La loro colpa è la miseria delle loro anime perse, inette, prive di qualsiasi passione, di chiarezza, di generosità. L’azienda dei Simon fallirà, le loro famiglie saranno falcidiate da morti, tradimenti e ricomposizioni posticce, utili alla forma e alle eredità: Heimat 3 declina verso un finale amarissimo e rassegnato, ma di grande potenza visiva, ed emotiva. Il futuro non solo è incerto, è davvero cupo.
In questo scenario le figure carismatiche di Hermann (compositore e direttore d’orchestra) e Clarissa (divenuta cantante lirica di grande successo) appaiono come sfuocati, avvinghiati al loro passato e ai loro trionfi professionali, nella loro casa in cima ad una collina, a picco su un’ansa del Reno, senza che questo risulti un efficace antidoto contro il disfacimento. La loro storia è priva di tensioni. Sembra quasi che i due personaggi (e i due attori che, dal secondo al terzo episodio sembrano si siano dimenticati come si recita) siano incapaci di svolgere un altro ruolo al di là di mero trait d’union funzionale a tenere insieme tutte le storie che si svolgono introno alla loro bella casa.

Proprio la presenza ossessiva del fiume, continuamente attraversato di chiatte che, osservate dall’alto, da molto lontano, sembrano sempre immobili, pure immagini, suggerisce la sensazione che Reitz voglia raccontarci il falso movimento di cui sono vittima tutte le cose, ancorate al loro retorico divenire immaginario, che tutt’al più si limita al passaggio dalla vita alla morte. Sembra quasi che ogni possibilità di salvezza sia casuale e tutto ciò che resta è festeggiare il nuovo millennio con la festa più memorabile. Non c’è speranza, nella Germania di oggi, svuotata di ogni possibile idealizzazione del futuro, dove tutti i progetti sono destinati alla sconfitta.

Il pessimismo di Reitz lascia credere che non ci sarà un Heimat 4, e forse è meglio così. Anche se la cupa forza evocativa della sesta e ultima puntata di questa terza serie, riscatta la delusione del primo impatto, e sebbene gli spettatori, l’altra sera, al Sacher, consapevoli che si trattava della Fine di un’avventura, rimasta a coltivare per più di dieci anni all’interno di ognuno un ricordo affettuoso e vivido, come se la storia dei Simon fosse la nostra storia, non se ne volevano andare via, seduti in silenzio, affranti fino all’ultimo titolo di coda (tutti, non solo i cinefili delle prime file), malgrado tutto ciò noi restiamo con le immagini di Ansgar travolto da un tram, della signorina Cerphal che domina il gruppo di studenti nella Tana della Volpe, e Olga (sarà riuscita a diventare un’attrice?), e di Stefan (quanti altri film è riuscito a girare?), di Helga (sarà entrata nella Baader-Meinhof o si è data alla poesia?) e ci domandiamo dove sarà finito Juan, l’argentino triste che da Cortàzar ha imparato l’arte del disincanto e della saggezza inutile… Insomma restiamo con una ferita aperta causata dal dolore di non esserci stati noi, vivi, a Schwabing, Monaco di Baviera, nella primavera del 1965, l’epoca delle molte parole, raccontata come nessuno ha saputo fare, fantasticando che anche quella è un po’ la nostra zweite heimat.

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Categorie:cinema e film
  1. 15 settembre 2005 alle 11:16

    Ezio, non l’ho pubblicato perché è un brutto pezzo…
    😉
    A parte gli scherzi, mi ripromettevo di pubblicarlo a breve, comunque, anche perché Heimat merita. Ma i pezzi si accumulavano, il tempo per seguire il blog era sempre di meno. E poi l’ho chiuso, per i motivi già spiegati.
    Ciao,
    Franz

  2. bsq
    15 settembre 2005 alle 12:25

    Non ne dubitavo. infatti l’ho pubblicato solo dopo la deplorevole eutanasia del blog!
    ciao,e.

  3. 16 settembre 2005 alle 01:09

    Comunque, ricollegandomi al tuo post “Se l’Uffenwanken chiude”, ho spostato tutto l’archivio su http://www.markelo.net. Insomma, l’archivio del blog (560 post in un anno,ho visto sulla nuova piattaforma) è lì, si puo’ consultare. Insomma, non è proprio che il lavoro collettivo di 1 anno sia andato a ramengo, come si dice dalle nostre parti. Era importante conservare l’archivio, proprio per quel discorso della responsabilità; che è limitata, si, nel caso dei blog; ma fino ad un certo punto, almeno per me.

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