I libri non sono un pacco di biscotti del Mulino Bianco

Lunedì 8 agosto
Scrivo un po’ al buio, per così dire. Da quaggiù (stato dell’anima, prima che geografico, e soprattutto spesso e volentieri – cioè volontariamente – netless) ho seguito per un po’ la discussione per cercare di farmi un’idea. Ho capito alcune cose e una in particolare: c’è tanta gente con molto sale in zucca, anche quando dice cose che personalmente non condivido. E anche se i ferri del mestiere che in questo momento prediligo sono quelli che potete ammirare in esergo, cerco di sintetizzare, a mio uso e consumo, e di chi avrà la bontà e la pazienza di seguirmi.
Da giovedì (ormai sono cinque giorni) tira un forte vento di maestrale, che a Mazara gira a ponente, fa fresco, c’è qualche nuvola e stamattina, dopo che ieri ci siamo un po’ bruciacchiati, abbiamo rinunciato al mare. Sono sotto l’ombra di un pino, arrivano le urla dei bambini del campetto estivo qui vicino, il rumore del vento e la risacca delle onde. Da tre giorni non controllo lo stato di avanzamento della discussione, non so se è viva o se, come mi auguro, abbiate mollato tutto e ve ne siate andati su una ancorché metaforica isola deserta.

I libri non sono un pacco di biscotti del Mulino Bianco. Questa è la seconda cosa che ho capito.
Qualcuno, laggiù nella blogosfera (“terra di sogni e di chimere”, avrebbe cantato Renato Rascel), sebbene sia sostanzialmente d’accordo con questo semplice enunciato e ammetta che i libri sono soggetti a “revisione critica costante”, e il giudizio su di essi dipenda da un gran numero di variabili (il momento storico, l’indirizzo della critica), ritiene i libri  valutabili come un qualsiasi altro oggetto immesso nel mercato. Anzi, nel Mercato.

Avviene in effetti per i libri (come per i biscotti) che non scatti la scintilla fra oggetto e destinatari della fruizione dell’oggetto. Perché? Troppo sale? Troppo dolce? Troppo duro? Fosse così facile (per i libri). Mi pare chiaro che la dura, povera semanticamente oggettività del biscotto non possa essere paragonata alla fluida relatività di un libro, e che tutti siamo d’accordo che ci sono autori che possono non vendere una copia oggi, e diventare maestri riconosciuti fra vent’anni (“morti in disgrazia, dimenticati e senza i riconoscimenti che meritavano e che i loro contemporanei gli hanno negato”, Seia Montanelli, la quale, come Malesi crede nel romanzo mercantile, salvo parteggiare – giustamente, sebbene non troppo coerentemente – per gli autori che, almeno fino alla revisione critica della storia, all’inizio non si fila nessuno).
E qui la discussione, prima di sfinirci in un bagno di banalità si dovrebbe chiudere.
Oppure si apre (si aprirebbe) accogliendo come non campata per aria la domanda di Giulio: non sarà per caso colpa del lettore?
Ma anche qui, direi, la domanda, spalmata come mi pare obbligo, su tutta l’esperienza letteraria del Novecento, si depotenzia, aprendosi a una casistica così diffusa da non nascondere alcuna stranezza ermeneutica.

Tra l’altro su questa domanda se ne innesta un’altra: è possibile parlare di letteratura e solo di letteratura quando si parla di letteratura (come avrebbe voluto Giulio, almeno fino alla partenza perle vacanze, quando, fiaccato, ha issato bandiera bianca), e nello stesso tempo viene tirato fuori il problema del Lettore?
Allora, se parliamo del Lettore non possiamo limitarci a parlare di letteratura; se vogliamo parlare di letteratura, e non di sociologia della letteratura, dobbiamo scordarci il Lettore. Il che va benissimo (anche se ho trovato molto pertinenti, al riguardo, le osservazioni di Riccardo Ferrazzi nella sua post-recensione a Q, dove ha ripercorso, pur con qualche peraltro non censurabile, qui e ora, approssimazione, la storia della fruizione dell’opera d’arte dall’ottocento al novecento, in ordine al sempre mutevole scenario dell’orizzonte sociale d’attesa e della diffusione planetaria della cultura di massa).

Ripartiamo dall’inizio.
La letteratura italiana contemporanea, (cioè l’insieme di testi scritti quasi sempre da uomini o donne di nazionalità italiana, editi in lingua italiana, quasi sempre da case editrici italiane e rivolte essenzialmente ad un pubblico di madrelingua italiana) sembra non riuscire ad esprimere autori di tale e riconosciuto valore da poter essere annoverati fra i Maestri della letteratura italiana tout-court (e perciò stesso, nella vulgata critica, eredi dei Maestri della generazione che li ha preceduti).
Per Giulio Mozzi questi autori ci sarebbero, perché, secondo lui oggi, in Italia, vengono regolarmente pubblicati "ottimi libri". Ma non sono riconosciuti.
Da chi? Da nessuno. Né dal pubblico (ma questo, abbiamo visto, è secondario e per nulla affatto nuovo nella storia delle letterature mondiali); né dalla critica (il che apre anche un altro fronte, quello della morte della critica – ma lo vedremo poi).

continua……

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