Pride

Gay prideVorrei dire una cosa sul Gay pride di sabato, ma forse sarebbe meglio di no. Diciamo allora che avrei delle domande.

Ci sono passato vicino: dovevo andare in centro, così ho intravisto il corteo. Si aspettavano 40.000 persone. Non ce n’erano più di 2-3.000 secondo me (qui si parla di 10mila, insomma, quello che è: pochi). I soliti carri. La musica, orrenda, a palla. I ballerini, i travestiti. Insomma, il solito festoso menu, popolo della sinistra testimoniante e gi-ulivo compreso.  I cori pro-Zapatero (“Santo subito”).

Poi me ne vado in giro per una Roma assolata, non calda, piena di vita complicata e non schierata. Non tutta insieme, ammassata. Distribuita come viene. Libera. Omo, etero, chi lo sa?

Siamo, noi eterosessuali simpatizzanti, titolati o no a esprimere un giudizio? Che non sia di totale appiattito, conformista compiacimento, dico (nel blog citato sopra la delusione è notevole).
Se dicessi una cosa come: se per loro va bene così, io non ho nulla da obiettare, sarebbe giusto? Non sarebbe la conferma di uno stato di irrimediabile separazione? Il superamento dello stato di discriminazione non riguarda tutti?
Ma il corteo, quel tipo di corteo, non è in sé una dichiarazione separatista?
Necessaria? Può darsi, non so. Mi verrebbe da dire: se io fossi gay non sarei d’accordo, non ci andrei. Lotterei per conquistare spazi dentro la società, non fuori.
Ma non lo sono, e non posso sapere cosa penserei veramente se lo fossi.
Tommaso Giartosio definisce il Gay Pride “uno sciopero contro un universo sbagliato” (Perché non possiamo non dirci, pag. 38). E come un qualunque sciopero si esprime in discontinuità con la vita di tutti i giorni: serve a fissare i paletti della trattativa, delle rivendicazioni.
E’ una bella definizione. Tuttavia l’impressione che ho avuto io è che dopo tre, quattro? edizioni, accentuare in modo così vistoso l’eccentrico e il carattere esibizionista, più che la differenza, non giovi alla causa. E con causa intendo qualche passo avanti nella conquista di diritti, e quindi della cessata utilità di reclamarli (più è ampio il numero di diritti tutelati maggiore è il benessere generale della società – da qui il mio interesse).
Del resto come definire il tavolo della trattativa? Chi invitarci? Qual è la controparte?

L’affermazione della separazione come forma di convivenza (che non deve diventare connivenza, non è obbligatorio), della impossibilità di condividere un terreno comune, non indispettisce me. Indispettisce il passante che commenta, l’omofobo tendente magari a ravvedersi (ma non a queste condizioni!). Il genitore preoccupato. Scava la differenza e si ghettizza. Preoccupazioni borghesi?
Più che un passo avanti, mi è parsa più una parentesi di cui approfittare per fermarsi e rifiatare, chiudere la porta, compiacersi allo specchio, per poi accorgersi che a quel  punto bisogna ricominciare a pedalare e inseguire, inseguire ancora… Paura di perdersi? Di rinunciare alla diversità? Di assimilarsi?
O no?

Annunci
Categorie:discorsi, italia
  1. 11 luglio 2005 alle 22:01

    Allora me ne esco anche io un po’ alla cazzo. Prima di tutto vorrei precisare che secondo me i gay italiani sono in una certa misura (quantità) piuttosto infantili. Nel modo di porsi e nel modo di gestire la propria identità pubblica. Sono conscio delle difficoltà che un omosessuale ancora oggi incontra – in primis con se stesso e con le aspettative di chi gli è intorno – per cui a dispetto delle parole che uso non mi sogno di giudicare nessuno. Però l’anno scorso sono stato con un amico al gay village di Roma e ne sono uscito allucinato dalla quantità di gonzi palestrati e tiratissimi, dal fioccare arrogante di D&G, CK e Armani, dall’invereconda vacuità dei discorsi che mi sono messo ripetutamente a origliare.
    Poi aggiungo che la cultura gay oggi più visibile è una specie di melma iperconsumista e fin troppo estetizzante. Estetizzante in un modo che, per me, è ancora una volta infantile e trivialmente femmineo.
    Fatte queste premesse, la mia posizione sul gay pride è la seguente: che ce ne siano di più, e ben più politicizzati. E che servano a prendere a calci nei genitali soprattutto la sinistra. Perché la sinistra italiana è molto (ma molto) più omofoba della destra. Perché dietro alle parole di presunta tolleranza di molta sinistra italiana c’è solo pochezza e calcolo politico. Perché la sinistra italiana non è capace di affermare se stessa, figuriamoci se sa difendere o promuovere i diritti di una “minoranza”. Perché non ho mai sentito qualcuno di destra usare la parola “frocio” (sarà un caso, è possibile) ma non sento dire altro da sinistroidi e volgari cattolici. E infine perché è ora che in Italia si smetta di manifestare per cause giuste con lo spirito sbagliato. Con la testa sbagliata, proprio.

  2. 22 luglio 2005 alle 18:58

    Ennio: be’, “culattone” lo dicono, e lo scrivono sulla carta intestata del ministero…
    BSQ: grazie per la citazione, ma lascia che ti chieda: hai letto le pagine che la circondano? Il Pride è certamente anche una provocazione, e lo è nella misura in cui le richieste dei gay non vengono accettate. Come sai l’Italia sotto questo punto di vista è il fanalino di coda dell’Occidente, e per questo ancora nel 2005 l’undicesimo (undicesimo) Pride assume forme forti, radicali. Tu dici che i diritti non arrivano perché la rivendicazione è troppo gridata? Difficile farlo credere a chi ha parlato sottovoce per decenni e non è stato ascoltato. (Scusa la brevità del mio commento, la questione richiederebbe ovviamente ben più spazio.)
    Tommaso Giartosio

  3. 23 luglio 2005 alle 18:02

    Uhm, mi aspettavo una risposta più prolissa da Giartosio.

  4. 23 luglio 2005 alle 23:04

    direi che i gay sono entrati nella cultura contemporanea italiana, cioè sono stati sdoganati in televisione e in politica.
    in realtà alla maggioranza della gente credo freghi poco se i gay si sposano o no.
    è una di quelle battaglie che rafforzano l’identità dell’avversario, più che altro.
    in questo caso l’identità della catto-destra.
    ma sono convinto che agli elettori di destra importi poco, in fondo.
    posso sbagliarmi, però.

  5. bsq
    24 luglio 2005 alle 16:08

    Tommaso, lo sto leggendo (su suggerimento di Massimo-Az.par). Ho affrettato la citazione perché arrivata a cecio, come si dice.
    ciao (e ben tornato),
    ezio

  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: