Cattivo sangue / Franz Krauspenhaar
“Sì, sono il peggiore dei criminali, su questo non permetterei a nessuno di dire il contrario, a costo di ucciderlo”

Non sono molto esperto di noir italiani. Forse di noir in generale. Non sono titolato quindi ad esprimermi sull’argomento, il che forse è un vantaggio.
Per cui non potrò parlare del libro di Franz KrauspenhaarCattivo Sangue,  mettendolo in rapporto a qualche altra cosa.
Né tornerò ora sulla simpatica querelle con Gianni Biondillo a proposito della sussistenza o meno del genere (lui dice di no, che esistono libri e basta, io dico di sì, che esistono libri di genere, libri che si ispirano al genere, che lo tradiscono, che ci giocano, autentici capolavori e autentiche monnezze…), e mi fiderò del risvolto della copertina, nonché del sito della BCD, che parla senza porsi tanti dubbi di noir. Il primo noir di FK.

Cos’è CS: in poche parole è la storia di Bruno Bruide, un rappresentante di commercio che un bel giorno decide di intraprendere la rischiosa e molto remunerativa professione di killer. Non perché ami il rischio o i soldi, non particolarmente. Malgrado i lauti guadagni continua a girare con la macchina più sfigata del mondo (dopo la Skoda vecchio tipo), una Fiat Brava.
Questa scelta lo porterà, come è ovvio, a farsi carico di un destino tragico (ma anche alquanto bizzarro) ma soprattutto a ingollarsi di sensi di colpa, come capita ai duri dotati di una spiccata sensibilità.

Bruno non comincia a uccidere così, dal nulla. Non sappiamo bene perché lo fa, di sicuro lo aveva già fatto. Non con la pistola, ma con i sentimenti. Bruno si porta addosso (e quelli che gli stanno intorno lo stesso) le ferite dei tanti piccoli omicidi esistenziali, che via via diventano piaghe incurabili. Incapacità di amare, di rimanere fedele, di essere d’aiuto. La pistola diventa solo un’arma più appropriata e più risolutiva.
Senso di colpa, speranza di redenzione, di purificazione, di espiazione, voglia di risalire e di perdersi, di farla finita e di accettare, di odiare e di amare si alternano, sempre accompagnati da una voglia di capire, di capirsi, senza reticenze, continuamente frustrata.
Il viaggio allucinante che lo porta per mezza Europa in fuga dalla polizia che lo ha scoperto (aiutato dai suoi continui errori), incarcerato e di nuovo inseguito è un peregrinare in cerca (un po’ casuale un po’ voluta) di una risposta, di radici, che però si scoprono così profonde da prendere linfa direttamente dall’inferno.

Ma tutto questo non è che lo scheletro della storia. Detta così ancora non sappiamo di che libro si tratti. Potrebbe essere un qualunque romanzo psicologico con strizzate d’occhio al thriller. Bruno potrebbe essere un nuovo  Michel Poiccard, o un personaggio di James Ellroy.
La scommessa di FK è invece di aver accettato di giocare con le regole del genere. Scommessa vinta, secondo me. Come?
Scomparendo.
CS mantiene le aspettative: la storia è incasinata quanto basta; il tono è ironico e su di giri come ci si aspetta da un noir americaneggiante; c’è la giusta dose di sangue e di inseguimenti, di sesso (poco), di schematismi psicologici.
C’è soprattutto l’io narrante. Un io narrante, Bruno Bruide, cui FK assegna, anche diegeticamente direi, il ruolo vicario di autore tout-court. Bruno infatti, durante i due anni di prigionia, aiutato da un detenuto bibliotecario (una specie di Andy Dufresne di The Shawshank redemption, libro, di Stephan King, diventato Le ali della libertà, nei cinema italiani), s’è fatto un po’ di cultura e ha scritto un libro di memorie, e un altro ne scriverà (ed è quello che abbiamo in mano).
L’io narrante, qui sta la grande scommessa, vinta, non è per niente Franz Kraauspenhaar, non gli assomiglia per niente (a dispetto di alcune note puramente biografiche – note però solo a chi lo conosce, anche solo via blog): la voce di Bruno Bruide è di Bruno Bruide e basta.
E cioè di un uomo abbastanza ignorante ma sveglio, che gli piace fare giochi di parole, che mica gli vengono tanto bene (anche se sono divertenti), che non può permettersi di fare alta letteratura (ma nemmeno bassa), non può elaborare pensieri tanto profondi, (ma nemmeno stupidi). Non può essere onnisciente come un autore, anzi, dà l’impressione di non capirci niente di quello che gli succede. Ecco: il libro è davvero il libro di Bruno Bruide, senza sbavature, senza finzioni. Non è mai banale perché è il libro sincero e perfettamente coerente.
(e qui sta il divertimento del lettore: come puo’ essere così sopra le righe e così vero? E’ lo stile, ragazzi, lo stile).
E’ come se la materia fosse espulsa dalle pagine senza mediazioni.
Questo totale spossessamento porta ad essere indulgenti con il testo, anche nelle sue apparenti lacune, bizzarrie, là dove sembra zoppicare, lì dove le battute sembrano non perfettamente riuscite.
La storia sembra qua e là un po’ strafalaria, ma conserva sempre una sua coerenza, giustificata dai suoi presupposti e giustificante le sue conseguenze.

Qualche volta, specie nella prima parte, ci piacerebbe vedere di più, annusare, tastare meglio il mondo di Bruno. Ecco, la sua claustrofobia (altro tratto caratteristico del noir), il suo tessere ragionamenti, ipotesi, vagliare sospetti tutto all’interno della propria mente, in una dimensione separata dal resto, in qualche caso mutila la percezione della storia, facendola diventare traccia, parole, non fatti (Franz qualche suggerimento avrebbe potuto darglielo: un corso di scrittura creativa in quattro lezioni, per corrispondenza).
Bruno è lucido e consapevole narratore della sua storia, ma non per questo ne può essere il migliore interprete: spesso, come ho detto, non capisce niente di quello che gli succede, spara e uccide le persone sbagliate. E questo non genera mai un sovrappiù di grottesco, di ironia esterna alla scena. Come nei migliori film dei fratelli Coen (Fargo, Il grande Lebowsky, L’uomo che non c’era) le cose non hanno bisogno di essere sottolineate dieci volte per esprimere il loro grottesco.

La tragicommedia assurda della vita sta nel fatto che “Beckett attende Godot all’angolo di un bar e Godot arriva puntuale all’appuntamento”).

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Categorie:letture
  1. 2 giugno 2005 alle 20:45

    Mi sembra che il libro ti sia piaciuto, caro Ezio. Ne sono davvero molto contento.

  2. bsq
    2 giugno 2005 alle 22:21

    Spero che ti sia piaciuto come mi è piaciuto (cioè: ho detto cose sensate? ti riconosci?)
    ciao

  3. 2 giugno 2005 alle 22:32

    Si, sostanzialmente mi ci riconosco;perchè ho giocato seriamente con le regole del genere, che per me è una cornice solida, robusta, dentro la quale si puo’ mettere tutto e il suo contrario.Sei entrato nel mood particolare del libro, insomma lo hai capito a fondo, ci sei entrato senza preconcetti. Te ne sei fottuto, giustamente, delle regole, e hai dato la tua visione, che per me è preziosa. La tua intelligente recensione la metterò insieme a quelle dei giornali che pian piano vengono pubblicate e che saranno tutte quante ripubblicate nel mio sito underconstruction http://www.markelo.net. Grazie!

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