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Impressionismi primaverili (quasi estivi)

Oggi sono in ferie. Per finire quelle del 2004, altrimenti le perdo. Meraviglioso dolcefarniente (una delle poche parole, a parte quelle del gergo musicale, che abbiamo esportato nelle altre lingue europee) . Decisamente vorrei fare il pensionato. O lo scrittore.

Lasciata la macchina dal meccanico, per il bollino blu, per tornare a casa ho preso per il parco regionale urbano del Pineto. Farò una passeggiata.
All’ingresso, su via della Pineta Sacchetti, hanno messo su una specie di festa, credo della Protezione civile. Stand, gazebo, scolaresche. Sul palco un tizio in giacca e cravatta, con il microfono in mano, parla ad una platea deserta di sedie bianche in vetroresina:  “Ricordo che domani, sabato, la festa proseguirà con…” “Tutti quelli che hanno lasciato la macchina dentro il parco sono pregati di spostarla immediatamente: e quando dico immediatamente voglio dire subito!”
Le sedie ascoltano ordinate, con grande compostezza.
Poco lontano, sotto i pini, un gruppo di bambini, tutti con il cappellino rosso, corrono come forsennati lungo un percorso di guerra delimitato da fettucce bianche e rosse, le stesse che i vigili utilizzano quando c’è la potatura dei platani, o deve passare Bush. Accanto al percorso, un maneggio in miniatura permette a un gruppetto di ragazzi diversamente disabili l’ebbrezza di una cavalcata. Anche questi hanno il cappellino rosso, ma messo su in un modo così sciatto che sembra che sia l’ultima cosa che gli interessi. Subito dopo i cavalli.
L’animale è così lento e svogliato che a un certo punto con una zampa comincia a grattarsi l’altra. Il ragazzo che sta su non si accorge di niente e guarda dall’alto il mondo con un’espressione tra la paura e la curiosità.
Mi allontano.
In un campo di grano, dalle spighe già alte e folte, le rondini volano basse, intrecciando le traiettorie  sopra la mia testa. Per via dell’eco, o di non so cosa, le voci dei bambini anziché diminuire, aumentano via via che mi allontano dalla pineta. E con loro le sirene delle ambulanze dirette al Gemelli.
Fatti pochi passi il lago verde, giallo, violaceo, e grigio della terra matura mi abbraccia in un ronzio perpetuo di insetti e lievi ondeggiamenti delle spighe. Il caldo spande una benefica nostalgia di posti mai vissuti. Un paio di uomini anziani, uno in canottiera, l’altro a torso nudo, con la fronte gocciolante di sudore. Fermi sul sentiero, prendono fiato.
In fondo alla collina, alla mia sinistra, c’è un altro gruppo di bambini delle elementari, anche loro con il cappellino rosso in testa, messi in cerchio, in ascolto di quello che sta dicendo loro presumo la maestra.
“Daniele!” urla la voce di una giovane donna: Daniele, come l’ultimo cavallo renitente ad entrare nella mossa, al Palio di Siena, va avanti e indietro, rapido, fuori dal semicerchio dei compagni, per conto suo, con le mani in tasca.
Cambio direzione. Sono contento per loro, sono anzi felice che questi bambini passino la mattinata qui e non dentro l’aula, ma io voglio starmene da solo, in silenzio.
Roma si apre, periferica e grigia, in basso, sulla destra, occupando lo spazio fino all’orizzonte, emergendo dalla cima del mare di spighe altissime.
Seguo un sentiero impervio, confidando sul fatto che per i bambini lo sia troppo.
All’improvviso invece le voci mi sono alle spalle, vicinissime. Sarà l’eco, ma sicuramente si sono avvicinati. E di molto.
“Daniele!” urla la voce di prima. Sono a pochi passi, Sento il rumore delle spighe afflosciarsi sotto i loro passi.
Scendo a grandi passi lungo una piccola forra di argilla sfarinata, all’ombra. Improvvisamente il caldo si fa una cosa solida, protetto dal fogliame che lo attenua ma lo ispessisce.
Di qui di sicuro non scenderanno. Pochi passi e sono al fondo della collina, nel sottobosco. L’acqua della marrana ospita centinaia, migliaia di piccoli girini neri, una sorta di spermatozoi politicamente corretti, panciuti, con la coda lunga e in perenne movimento. Poche zanzare, pochi moscerini. Il canto degli uccelli, nascosti fra le foglie dei lecci.
Vado ancora avanti, seguo il ruscello. Devo attraversare un ponticello di tronchi fradici e malfermi. Ho le timberland.
Ecco che le voci si riavvicinano, non ci posso credere. Non penseranno di passare di qui!
“Daniele!” Ripete la solita voce. Li sento distintamente: “Daniele indietro: prima il guardaparco, questa è la regola del parco. Poi le mamme, poi i bambini.” Ci sono anche le mamme. Non possono decisamente passare di qui!

Ai bordi del sentiero crescono le foglie gigantesche che da piccolo mi terrorizzavano. La boscaglia ora si fa fitta, intricata, ricchissima di specie che non conosco, e un po’ mi dispiace, anche se l’esattezza enciclopedica di Calvino non è proprio l’esattezza di cui sento il bisogno quando leggo un libro, e se dico una cosa tipo “c’erano un sacco di alberi di cui ignoravo il nome” trovo che sia più esatto che nominarli tutti uno per uno.
Adesso le voci dei bambini e delle maestre si sono fatte più lontane. Ho preso per un sentiero laterale, che segue i binari in disuso della ferrovia. C’è l’ultimo passaggio difficile, il più difficile, non c’è neppure un tronco che faccia da passerella, solo sassi: non precisamente il massimo per le mamme e per i bambini (non per Daniele, presumo). Il torrente a questo punto si spande senza più intensità lungo i bordi del sentiero, che si fa acquitrino senza avvertire. In aprile il ruscello invece si gonfia e di fa impetuoso, raccogliendo le acque del disgelo delle montagne dalle parti di Rieti (almeno è quello che ipotizzano quelli che il Pineto lo conoscono, ma è difficile seguire il corso del torrente, non so se nelle carte sia mai stato riportato).
Il caldo umido qui sembra rimanere appoggiato sulle foglie più alte. I raggi del sole sono misurati e gentili, siamo ancora in maggio, del resto.
Proseguo. Trovo un ramo di traverso. Una novità, deve essere caduto questo inverno, chissà perché. Il vento. Mi siedo, con la faccia al sole. Dallo zainetto prendo un taccuino e rileggo quello che ho scritto ieri pomeriggio in metropolitana sui romanzi di destra e di sinistra, e lo finisco.
Ora il silenzio è assoluto, eccetto gli uccellini. Passa un elicottero della polizia, attraversa proprio il triangolo di cielo azzurro sopra di me.  Il sole è più caldo e mi sfilo la Lacoste, già chiazzata di sudore.
Un consiglio: se dovete nascondervi per un po’ questo è il posto giusto.

Torno a casa. Al campo di calcio non c’è nessuno. Conto le carcasse dei motorini rubati appoggiati ai bordi della stradina, che si è fatta larga e ghiaiosa. Tre, neppure tante. La vecchia tribuna di tubolari arrugginiti è aggredita da rovi, e i pioppi scintillanti, davanti casa mia, nascondono la ciminiera dell’ultima fornace.

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Categorie:roma, testi
  1. 27 maggio 2005 alle 17:48

    Un abbraccione, Ezio!

  2. bsq
    28 maggio 2005 alle 08:33

    E’ sempre un piacere averti “ospite” qui!
    ciao

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