Di destra, di sinistra…

Scrittori, o meglio, libri di sinistra, di destra, di centro? Perché no? A patto di riconoscere che ci sono libri né di destra né di sinistra né di centro… A patto, soprattutto, che si accetti (in nome di che? della letteratura, direi) che il romanzo di sinistra non somiglia per niente, o non dovrebbe, a ciò che s’intende comunemente per sinistra (destra, centro). Per il semplice motivo che essendo, come detto, la letteratura il filtro, la lente attraverso cui valutare l’appartenenza, o la non appartenenza, e non quella abitualmente indossata dalle strutture interpretative grossolane della comunicazione (giornali, TV), il nome dato alle cose rimanderà per forza ad altro, in quanto codificato (o quantomeno ispirato) dalla verità, cioè dall’arte (o dall’arte, cioè dalla verità).
Verità e arte, si dirà, normalmente non riconoscono tassonomie vaghe e banali come destra e sinistra, ma in realtà questa è una valutazione viziata da un difetto di prospettiva.
L’arte, è auspicabile, non le tematizza, perché le comprende, lo è (di destra, di sinistra, di centro). Ne sono intrise, come di tutto. Sulla scorta di legami, proclami, ideologie, manifesti, testi, derivazioni, astrazioni, ma soprattutto sulla base del suo ruolo fondante la verità (“ciò che resta lo fondano i poeti”, Hölderlin) e quindi sfruttando la propria funzione profetica, o di sintesi, insomma dall’alto, o dal lato della sua collocazione, che è dentro e fuori contemporaneamente del mondo, la verità, l’arte, definisce, abbraccia, riconosce, anticipa il pensiero che è che sarà, (e le ideologie, e i modi di essere e di vedere la realtà), mettendo in essere le basi sulle quali poi la volgarizzazione della comunicazione mediatica applicherà le sue etichette, facili categorizzazioni di tassonomisti nemmeno tanto simpatici come almeno erano Bouvard e Pécuchet.

Se dunque la collocazione politica della letteratura è altro da ciò che abitualmente sappiamo delle collocazioni politiche, certamente la critica un chiara collocazione politica invece ce l’ha. Ce la può avere. Certa critica. Sì. Lo so che critica è un’espressione ardita, una bella forzatura quando la applichiamo agli ormai famosi bee-jay di scarpiana memoria. Quando la applichiamo al signor D’Orrico (parlando del quale sarebbe una forzatura qualsiasi tentativo di assimilarlo a concetti conosciuti in ambito culturale e non).
Se un giornale dichiaratamente, faziosamente e orgogliosamente di destra, come il Giornale di Berlusconi (Paolo, ma pur sempre) tesse le lodi di un certo romanzo (uno a caso, Perceber), questo sic et simpliciter diventa un romanzo di destra? E’, era, nelle intenzioni (migliori) dell’autore, un romanzo di destra?
La risposta è facile e netta: no.
Lo stesso vale per la sinistra, ovvio (uno a caso, La ragazza che non era lei). La risposta è sempre no. Anche se ciò non lo esclude, è chiaro. Un romanzo può e vuole essere di sinistra, perché no.
Questo vale anche per le recensioni? Una recensione pubblicata su un giornale di destra è di destra? Cioè, riflette, sempre sic et simpliciter, il pensiero culturale della destra (posto che ve ne sia uno – e non lo dico con sarcasmo, o faziosità: io non l’ho ancora capito, se al di là degli Hobbit ne esista uno: e al di là dell’attribuirsi, di annettersi opere dell’ingegno solo perché non sono manifestamente di sinistra, come – per fare un esempio basso – i film di Muccino)?
Dipende. Non sempre. Dipende dal libro, in larga misura.

Quando però il signor D’Orrico prende tre romanzi, li mette insieme, e dedica loro venticinque parole di volgare, immotivato e snobistico veleno, ancorché in dosi omeopatiche; quando i tre romanzi fanno parte, oggettivamente, di una medesima famiglia culturale (perché, come dice Giulio Mozzi non più giuliomozzi in Vibrisse, raccolgono intorno a sé un consenso culturale molto ben connotato) allora la mini-stroncatura, proprio perché mini, proprio perché collettiva e non casuale, proprio perché immotivata diventa un atto politico dalla triplice funzione: la prima, la più ovvia e diretta, quella di schierarsi politicamente. Anche se la ragione dovesse essere quella che i tre libri non sono piaciuti, non si mettono insieme tre libri di questo tipo se non sia ha la voglia, animata da un intrattenibile spirito rivendicativo, di fare un discorso politico. E il messaggio è chiaro nella sua natura schiettamente polemica: Io, nella mia banalità, nel mio rivestire un ruolo comicamente nevralgico, io omettino senza un quattrino ma molto, molto pericoloso perché scrivo sul Corrieredellasera, io sono un fascista.
Il secondo, di risulta, quello di etichettare, in modo automatico, stavolta, i tre romanzi in questione. Non sono solo brutti romanzi; sono romanzi che ricevono l’applauso unanime, o quasi, della critica di sinistra. Quindi attenzione, sono romanzi di sinistra. Sono brutti romanzi di sinistra.
D’Orrico non spreca il suo tempo per spiegare perché siano brutti romanzi (due dei quali, La ragazza che non era lei – e qui – e Duro come l’amore di Rossana Campo hanno ricevuto recensioni molto lusinghiere; al terzo, quello di Franz, niente paura, ci penserò io ). Non ha importanza il perché. Dovete fidarvi del picchiatore D’Orrico (metaforico, ma tant’è).
Ha dunque importanza il fatto che siano proprio quei tre. Vanno disprezzati perché rappresentanti del pensiero culturalmente dominante della sinistra (vero o falso che sia: non importa).
Dunque la terza conseguenza, non voluta ma anche questa molto chiara, è che l’appartenenza politica di un romanzo, quando applicata, non è neutra, ma causa di discriminazione, di rifiuto. Non le ragioni della letteratura dunque hanno peso. Solo quelle dell’appartenenza ad una famiglia sociale chiaramente connotata (altrimenti qualche spiegazione l’avrebbe pur data: se a Tommaso Pincio – a Tommaso Pincio –  viene suggerito di cambiare lavoro a me non viene in mente altra definizione, per chi ha pronunciato l’anatema, di fascista – tecnicamente fascista, dico: un volgare, inculturato, potente, sarcastico, misero e al tempo stesso tragico individuo: un po’ come il giovane figlio di un piccolo gerarca locale, ne La notte di San Lorenzo, non so se ve lo ricordate).
Quindi esistono i romanzi di sinistra, di destra e di centro. Come no.
Ma la valorizzazione della loro natura politica da parte della critica da quotidiano, o da supplemento, serve solamente a screditarli, e ad accreditare in un posizione di forza il potere che, assumendo di volta in volta facce diverse, ma sempre terrificanti, li cancella con un volgare tratto di penna, o di manganello, in venticinque righe.
 

 

Annunci
  1. 30 maggio 2005 alle 09:07

    A me e’ sembrata una specie di vendetta. Sbagliero’, ma.

  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: