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 La classificazione decimale di Dewey
(direttamente dagli archivi del mio computer, un racconto del 1998, che vi propongo a puntate)

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Sobbalzai, felice, un po’ per la legittima soddisfazione di averci visto giusto, un po’ perché trovavo esilarante il modo in cui Tommaso s’era preso gioco di tutti.
In quell’istante credetti di volergli bene.
Aprii la lettera, che non spiegava alcunché.
No, una cosa la spiegava, e anche in modo esauriente: la Classificazione decimale di Dewey.
Tutto quello che pareva voler dire quella lettera era che Tommaso si rammaricava di essere scomparso con questo conto aperto: doveva spiegarmi chi era Melvil Dewey e perché chiunque frequenti una biblioteca dovrebbe conoscerne il pensiero e l’opera.
La sua infanzia, il College di Amherst, nel Massachusetts… Dieci classi, cento divisioni, mille sezioni… Oramai era come leggere, con inalterato piacere, un romanzo che ci ha appassionato e di cui non importa sapere già come va a finire.
Non c’era, nelle sue parole, neanche un cenno che potesse far pensare che si stesse prendendo gioco di me. Eppure a me pareva che non ci fosse al mondo nulla di più divertente di quella lettera fredda, quasi impersonale, e che nessun uomo si fosse divertito più di lui che la scrisse. Ogni riga una piccola vendetta. Un modo per confessare senza dir niente: un vero signore (che finezza esemplificare usando solamente i titoli dei libri rubati – quelli che evidentemente aveva davanti – senza una parola di spiegazione, un inciso di giustificazione).

La sorpresa più grande però veniva dal timbro postale. Per sfuggire alla persecuzione, Tommaso aveva scelto, chissà poi perché, di trasferirsi nelle isole Falkland, laggiù, vicino l’Antartide, fra pecore, freddo, e pastori inglesi divenuti celebri ai tempi della guerra con l’Argentina. Una scelta che a me parve commovente, quasi, nella sua mancanza di estro: originata, pensavo, da una foto vista in biblioteca su non più attuali riviste d’attualità.
Ebbi qualche elemento in più dalla seconda lettera, nella quale, seppure in maniera reticente, parlò di sé: senza spiegare i motivi del suo gesto, questo no, ma parlando del vento, delle nuvole, del silenzio, dello stare a testa in giù, là sotto, al Polo Sud, fra scozzesi silenziosi e pecore Merinos.
Nulla sui libri, nessuna confessione, naturalmente, nulla sulle “calunnie” dei colleghi: come se la sua vita fosse sempre stata vissuta, o sognata, laggiù.
Fu solo molti mesi dopo, in seguito alla conversazione avuta con la sorella che capii che proprio nel suo non spiegare nulla c’erano tutti i motivi della sua fuga spettacolare.
Nella fuga di Tommaso la biblioteca, le calunnie, il processo che dovette subire non c’entravano affatto. Più probabilmente era fuggito da Carla perché lei, come chiunque del resto, non era parte del suo mondo disciplinato.
Sono certo che non era la Classificazione di Dewey ad avergli dato una visione del mondo, ma al contrario era il suo mondo che lo aveva fatto imbattere nella Classificazione di Dewey.
Fuggendo dal dolore che gli era causato dall’impossibilità di amare Carla, Tommaso, come avrebbe fatto ognuno di noi, ma in modo meno coraggioso, se ne portava dietro le ragioni sotto forma di novanta libri sottratti alla biblioteca, giorno dopo giorno, nel corso di poco più di un anno (quella volta che fu visto con una borsa rigonfia uscire frettolosamente da una porta laterale, o quell’altra che si trattenne oltre l’orario di chiusura facendosi dare le chiavi della biblioteca…): un lento delirio, paziente come una vendetta.
Se non ci fosse stata Carla, nella sua vita, il suo ordine mediocre, la sua prudente meticolosità sarebbe bastata a proteggerlo dalle paure, a portarlo in salvo verso un mondo di sogni tranquilli. S’era trovato invece all’improvviso indifeso di fronte al fallimento di un progetto inatteso e ambizioso: vivere la disordinata felicità di essere amato, la forza imprevedibile e caotica dell’amore di Carla, e del suo, per lei. Ferito, non dovette desiderare altro che trovarsi il più lontano possibile, separato da tutto il mare del mondo dal pensiero di Carla, dal terrore che la sua vita potesse perdere l’ancora per ritrovarsi, naufrago, fra coloro che già una volta l’avevano tradito e abbandonato.
Sono certo che lasciare tutto non dovette costargli nemmeno molto. Tutti dovremmo sentirci vincolati alla terra, se non alla patria, almeno per affetti, continuità di stirpe, ricordi, o semplice assuefazione. Tommaso no: lui era senza radici, privo di memoria.

Immagino che in un villaggio di pastori inglesi, confinati in quell’isola spoglia ai bordi dell’Antartide, ognuno con una ragione di essere lì che forse meriterebbe di essere raccontata, Tommaso abbia costruito la sua piccola biblioteca: novanta sentinelle che lo proteggono da tutte le incertezze della vita. Avrà fissato la sua baracca al terreno con funi di ferro per difenderla dal vento e si riscalderà attorno a un fuoco, in un pub, scambiandosi opinioni non troppo personali con i suoi nuovi vicini di cui non tarderà ad apprendere la lingua; i quali, a loro volta, risparmiandogli inutili domande, impareranno a volergli bene, con imperialista anglosassone discrezione.
Ho tra le mani le sue due uniche lettere (da “020.909711”, Bibliotecario delle isole Falkland, a 371.10945, Professore universitario italiano) in cui, non dicendomi nulla di sé mi ha candidamente confessato tutta la sua imbarazzante fragilità.
Io non lo rimpiangerò, non penserò a lui, e getterò via questa impudica memoria liberatoria: come posso accettare da lui una lezione di vita?

Fine

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