Con le peggiori intenzioni / Alessandro Piperno

Ho aspettato qualche giorno. Più di due settimane, più o meno, ora non ricordo con precisione. Ho voluto rifletterci su.

E’ chiaro: io non ce l’ho con lui, "la firma più promettente, applaudita e discussa di questa stagione". Per niente. Io sono letteralmente sbalordito dalla sproporzione che ai miei occhi è parsa clamorosa, indicibile. Ecco: come si fa a rispondere? Come posizionarsi sullo stesso registro? Come potersi difendere? Non trovo le parole corrispondenti. Non trovo il reciproco di quello che hanno scritto D’Orrico, Genna, e Pallavicini e  quello che avrebbe scritto Lenoardo Colombati se lo avesse fatto (non lo ha scritto, ma lo ha fatto ben capire).
Lascerò l’analisi approfondita delle défaillances narratologiche all’acume in nuce dell’Apprendista. Io mi limiterò a considerazioni di natura generale.

E’ stato detto (Pallavicini, ma anche Ferrara): bravo Piperno. Hai saputo “raccontare una storia altoborghese senza avere paura di raccontare anche il piacere del bello del lusso e della vacuità, il godimento del sapersi invidiati, la soddisfazione del sapersi parte degli happy few”.
Io non contesto a Piperno il gusto di raccontare dal di dentro la storia di una sfacciata, autentica, non ipocrita ricchezza; e di prenderne appena appena le distanze, con quel garbo molto à la page di chi ha molto chiaro come stanno le cose ma non vuole perdere le delizie del loro lato positivo. E quindi fra un tocco di disgusto qui, un tocco di emancipazione critica là, analisi spietate ma partecipi, un’amarezza da piano-bar per annaffiare un cocktail di troppo prima di cena, tira avanti perfettamente, infelicemente ma trionfalmente integrato (l’abbondanza di avverbi ritenetela un doveroso omaggio all’Autore).
Tutto questo va benissimo. Ognuno sceglie il registro che gli pare. Quello che mi atterrisce è l’entusiasmo critico per questo atteggiamento che è e rimane solo una premessa. Una dichiarazione d’intenti, un punto di vista. Un’intenzione. Né migliore né peggiore di altre. Tesserci sopra il proprio entusiasmo critico è quanto di più ideologico e a-letterario si possa immaginare. La cosa francamente mi sgomenta. Perché non la capisco. La capisco se ad esprimerla è Giuliano Ferrara, non uno scrittore.

Dice Genna nella sua allucinante replica ad Aldo Nove: non hai capito una ceppa. Piperno "tenta la memorabilità nella costruzione di scene" per comporre un dramma contemporaneo e dare vita e voce ai troppo presto dimenticati anni ottanta, che erano proprio così come ce li racconta lui.
A parte che gli anni ottanta possono essere stati anche così. Siamo di nuovo anni luce lontani da un discorso sulla scrittura, sulla letteratura. Siamo alla sociologia. Al pre-testo.
Veniamo alle scene.

Dove sarebbero queste scene? Certo, la narrazione procede come in tutti libri con una sperimentata alternanza di descrizioni e scene dialogate. Ma in un modo così poco aderente alla realtà, così poco particolare, unico, definitivo e specifico, da dare l’impressione che Piperno per raccontare si sia sfogliato vecchie collezioni di foto tratte da rotocalchi d’epoca.
Piperno, come Roth, Delillo e molti altri in America, procede con la ben nota tecnica dei cerchi concentrici. Parte da un episodio, ma l’ingresso sulla scena di un personaggio gli dà il destro per divagare con flash-back sempre più retrodatati o laterali, sempre più lontani, comunque, dal punto di partenza… In Roth e Delillo questo apre a infiniti e profondi sondaggi dell’animo umano e del mondo. Qui, mi sembra, il risultato si limita a una serie di compendi biografici non particolarmente interessanti (su questo l’Apprendista ha qualcosa da dire).

CLPI (che, lo ricordiamo, "ha sbancato all’estero, riuscendo come autentico vincitore dalla lotta gladiatoria in quel di Francoforte." GG) non è un romanzo di genere, ma un romanzo generico.
Se non si cade nell’abbaglio di considerare acume filologico e piacere per il dettaglio le descrizioni dei vestiti di alcuni personaggi (giacché, ripeto, sono le descrizioni che ciascuno di noi, che li abbia conosciuti o no, farebbe di un dandy romano degli anni sessanta-settanta-ottanta…), o di qualche terrazza romana (tale e quale alle terrazze di tutti i film degli anni sessanta-settanta-ottanta…) quello che resta è l’impressione di una visione generale, di un resoconto astratto, lontano dalla realtà.
A pagina 162 l’io narrante va a New York: “la giornata è fenomenale. I contorni oscillano tra il rosso il viola l’arancio e un radioso azzurro. La mia oblunga auto color miele rispecchia nel mosaico d’un grattacielo dai riflessi bluastri. Costeggio adagio un autunnale Central Park da cartolina passando in rassegna lussuosi caseggiati custoditi da regali afroamericani in livrea […] io fagocito la sua voce insieme a un pancake ai mirtilli impregnato di burro e sciroppo d’acero, seduto al bancone d’un troppo affollato caffè della Cinquantesima”.
Un concentrato di banalità su New York che avrei potuto scrivere io, o chiunque altro, (io che a New York non ci ho mai messo piede). Puro e semplice kitsch. Pura memoria riferita.

Sentite qua: “La telecamera dei garage ci tiene nell’inquadratura per pochi passi. Il portiere, dietro il vetro scuro, si gira per guardarsi. Lo fa ogni mattina. Non resiste alla tentazione di vederci dal vivo, poi torna con gli occhi sul monitor dal quale siamo appena spariti…
E’ l’inizio di Fiona di Mauro Covacich. In tutto il libro di Piperno non c’è mai un livello di dettaglio simile. Piperno guarda la terra dalla luna, e ce ne riassume alcune caratteristiche che gli sono rimaste impresse nella memoria.
Ogni tanto si sente i dovere di dare giudizi: “un formidabile spicchio di Roma”, “il fascino ocra-scrostato dei tetti”. Perché ci tiene a dire che quei tetti ocra-scrostati hanno fascino? E’ un modo di banalizzare la realtà e la letteratura che ce la trasmette. Ce li descriva. Saremo noi a valutare se hanno fascino oppure no. Queste cose si insegnano al primo giorno dei corsi di scrittura creativa. Dettagliare, dialogare, sceneggiare: non riassumere! E non scavalcare l’immaginazione del lettore.
Cosa credete che ne pensi Covacich di Milano 2? Tutto il male possibile. Eppure non  c’è un solo aggettivo che ce lo suggerisca. Anzi uno c’è: “.. l’eleganza shintoista dei ponticelli di legno delle Residenza Sorgente…”. Chi conosce Milano 2 sa. Chi non c’è stato se lo immagina e pensa: Dio mio che posto. I ponticelli shintoisti nella periferia di Milano.
A me questo libro ha dato l’impressione di un tentativo di orchestrare una materia musicale povera. Cioè troppo ricca, ma non emotivamente compromessa. Lucidamente, freddamente costruito come un affresco senza passione di fronte al quale non è possibile provare sentimenti. Il cinismo esasperato di Piperno è un finto castello medievale, che non trasmette nulla del tempo passato. Non è una chiave di lettura, perché non ci sono portoni da aprire. E’ tutto lì, come in un mercatino di modernariato della domenica.

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Categorie:letture
  1. 17 maggio 2005 alle 09:59

    Sono perfettamente d’accordo.

    Bernardo

  2. utente anonimo
    17 maggio 2005 alle 17:57

    ciao ezio! ti segnalo questo pezzo http://www.sguardomobile.it/article.php3?id_article=182 sullo stesso argomento. io l’ho trovato molto bello e assolutamente, per me, condivisibile. Fiona è nella mia lista dei libri da leggere, a presto, emilia

  3. bsq
    18 maggio 2005 alle 08:12

    Grazie, Emilia, davvero interessante. Lette anche le osservazioni dell’Apprendista? ciao,
    e.
    (Fiona è bellissimo, a prestissimo su L’arte di leggere)

  4. bsq
    23 maggio 2005 alle 16:45

    Ciao Ezio, ti copincollo da SM, rispondendo a un tuo messaggio, ritornando alla rete dopo lunga diserzione:

    “Caro Ezio, t’ho (v’ho?) letto, tu e l’apprendista e rimbalzo la concordanza (ma a questo punto dovrò leggermi Le correzioni di Franzen e Fiona di Covavich). Al di là delle polemiche ideologiche, questo libro di Piperno ha avuto la fortuna di molte critiche d’indagine come le vostre e questa esaustiva di Luigi. Critiche di ridimensionamento del trionfalismo di chi l’ha lanciato, ma anche d’ascolto, di testi, di chiavi mancanti; come un editing dopo il fatto (e mi pare che in alcuni passaggi l’apprendista e Luigi suggeriscano proprio qualcosa del genere. E tu, stesso, almeno rispetto alla stanca scena newtyorchese), un laboratorio aperto, un circolo virtuoso nel rapporto tra scrittore e critica. Penso che per un esordiente sia un’occasione preziosissima (e poi si vedrà col secondo, naturalmente: tutti in riva al fiume ad aspettare).

    Rispetto alla derivazione rothiana mi pare che non vi sia nulla da aggiungere al puntuale resoconto di Luigi. Se non forse una cosa un po’ laterale: sarebbe interessante affiancare a Piperno, oltre a Roth, anche il suo traduttore italiano, quel Vincenzo Mantovani – eccezionale “scrittore fantasma” – che non mi ha mai fatto rimpiangere di leggere Roth principalmente in italiano.”

    lorenzo flabbi

  5. 23 maggio 2005 alle 16:53

    Io e l’apprendista siamo la stessa persona.
    Molto interessanti le tue osservazioni. Credo che quello che ho cercato di fare è proprio quello che i critici da giornali non fanno: analizzare il testo, non l’ideologia prima del testo.
    ciao

  6. bsq
    9 marzo 2006 alle 14:39

    non so come sono rimbalzata da qui all’apprendista e di nuovo qui trovando questo vecchio post. devo dire che, quando lessi non so più dove una critica che lo presentava come “il nuovo proust”, mi fiondai in libreria immediatamente, e lo acquistai. lo aprii pregustandomelo, e già piena di invidia e ammirazione. mi bastarono le prime due pagine. non so davvero dove sia ora questo libro. l’ho certamente conservato che io non butterei mai via qualsiasi cosa abbia una rilegatura e sia costituita da carta.
    povero proust.

  7. Anonimo
    9 marzo 2006 alle 19:26

    Ciao Alba. Anche io conservo tutto. Tutt’al più sposto nella casa al mare, che opportunamente dista un migliaio di chilometri.
    Ciao
    (mi sa che siamo vicini di casa – per casa intendendo il posto di lavoro, dove passo la più parte dle mio tempo). Se sei curiosa lasciami un messaggio nella mail di Splinder.
    Ezio

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