Home > testi >

La classificazione decimale di Dewey
(direttamente dagli archivi del mio computer, un racconto del 1998, che vi propongo a puntate)

[ 1 ] | [ 2 ] | [ 3 ] | [ 4 ] | [ 5 ] | [ 6 ] | [ 7 ] | [ 8 ] | [ 9 ] | 10

Mi feci compilare un elenco dettagliato dei libri trafugati negli ultimi due anni. Fino ad allora a nessuno era venuto in mente di analizzarlo qualitativamente: solo quantitativamente (questo solo ha senso per un bibliotecario, pensai, il numero, non la sostanza delle cose).
Preso così, a prima vista, era una teoria innocente di opere che abbracciavano moltissime discipline.
“Quasi tutte”, pensai sorridendo di me stesso, perché non avevo detto una cosa del tutto priva di senso.
Con l’elenco in mano andai al catalogo e cercai le schede relative ai libri scomparsi. L’idea era che dovesse esserci un legame che li tenesse uniti. O almeno valeva comunque la pena formulare un’ipotesi, una qualunque, e verificarla.
Mi feci aiutare da un bibliotecario, il quale, con modi autoritari, mi spiegò il significato delle varie cifre che ornano le notizie bibliografiche: la sigla della collocazione, il numero d’inventario, e quello del codice della classificazione di Dewey.
“Come funziona?” (era la domanda che il mio orgoglio mi aveva impedito di rivolgere a Tommaso). “E’ un sistema abbastanza complicato. Ci sono delle tavole.” “Posso vederle?” “Certo.”

E così, seguendo un’idea balzana, mi ritrovai per la prima volta fra le mani i quattro volumi delle Tavole della Classificazione Decimale di Dewey.
Dieci classi, cento divisioni: un sistema gerarchico strutturato su dieci scatole con dentro, ognuna, altre dieci scatole, ciascuna delle quali poteva contenere a sua volta dieci scatole più piccole.
Stabilii di non prendere in considerazione né le classi più generiche (per esempio la classe 500: “Scienze pure”), né quelle più specifiche (566: “vertebrati fossili”), limitandomi alla via di mezzo (560: “Paleontologia”).

I libri rubati erano circa centocinquanta. Tra questi certamente c’erano molti furti “occasionali”, riviste, libri di testo, volumi rari finiti sugli scaffali di qualche collega “distratto”. Ne restavano un centinaio. Novanta sono le divisioni della “Dewey” una volta escluse le dieci classi principali, che non sono che un mero contenitore. Un libro per ogni divisione, questa era l’ipotesi. Perché? Che domanda! Allora perché sospettare di Tommaso?
Trascrissi l’elenco ordinandolo a partire dalla classe più bassa (010: “Bibliografia”, ce n’era una, un repertorio di libri editi negli anni settanta negli Stati Uniti proprio della mia disciplina). Andai avanti così fino all’ultima; non ci volle molto, non mi era difficile scartare gli “intrusi”, e più andavo avanti più l’eccitazione nel vedere confermata la mia ipotesi iniziale mi spronava a proseguire.
Quando ebbi davanti a me la lista dei novanta volumi trafugati ordinati in base alla classificazione decimale di Melvil Dewey ero attraversato da strisce di emozioni diverse, contrastanti. Una cosa era certa: il ladro s’era tradito. Sulle ombre di quei libri scomparsi c’erano le sue impronte digitali, la sua inconfondibile firma.
Non svelai a nessuno i risultati della mia indagine. A che scopo informare il preside, o il responsabile della biblioteca? Costoro Tommaso lo avevano condannato già prima di avere intenzione di provarne la colpevolezza. Questa elementare violazione del diritto mi aveva spinto a difenderlo. Ora avrei solo ottenuto di passare per un ingenuo che con la coda fra le gambe rende merito alla altrui lungimiranza.
E in fondo uno straccio di prova non ce l’avevo ancora. Né ce lo avrei avuto mai.

Al telefono Tommaso non rispondeva, in facoltà non si faceva vedere ormai da due settimane. A casa sua la posta (opuscoli pubblicitari, bollette) traboccava dalla cassetta. Furono interrogati i parenti, i vicini, setacciati gli ospedali. Molti pensarono al peggio, tutti trovarono insignificanti frasi di circostanza, che non avevano altro scopo che scaricare ogni responsabilità, autoassoluzioni morali: terribile equivoco… eppure l’apparenza…
Ero più curioso di vedere quando i corvi si sarebbero zittiti, che disgustato, e meno che mai condidividevo i loro timori.
Ed ecco una mattina, fra la posta, arrivare il segno che confermava tutti i miei sospetti (o dovrei dire speranze?)

[continua]

Annunci
Categorie:testi
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: