Ancora sui generi (una risposta tardiva a Gianni Biondillo)

Mi ha scritto una volta Gianni Biondillo (e ripreso graziosamente dalla Lipperini su Repubblica senza citare la fonte, cosa che in ambiente accademico le sarebbe valsa solenne scomunica, ma lasciamo stare: è la stampa, bellezza, e io sono contento lo stesso) che i generi non esistono: "Nessun architetto si sognerebbe mai di dire che un progettista di chiese è più bravo di uno che progetta grattacieli, o fabbriche. A ogni funzione una forma. La perfetta aderenza fra forma e funzione, fra voce, scrittura e storia, fa l’opera, per me." (qui, ma anche qui).

Romanzo di genere = romanzo di serie B è una sciocchezza.
Detto questo sono d’accordissimo che la fusione tra forma e funzione fa l’opera. Benissimo.
Ma c’è qualcosa che non è nemmeno la forma, e non è nemmeno lo stile che consente di applicare targhette (di comodo, ma non inautentiche).
E’ l’appartenenza a qualcosa che già c’è. E’ il richiamarsi a strutture pre-esistenti chiaramente connotanti l’oggetto (casa, libro, sedia…)
Senza per questo essere semplici cloni. Ma con tutta la dignità che l’essere autore porta con sé quando si ottengono determinati risulati compositivi (cioè quando si riesce a fare aderire perfettamente la forma alla funzione, per esempio).
Un palazzo razionalista non è lo stesso di un palazzo decostruttivista. Il fatto che abbiano usato gli stessi strumenti progettuali e realizzativi non vuol dir niente.
E non è questione di stile.
Il primo architetto razionalista puo’ dire: questo è il mio stile. Il primo decostruttivista puo’ dire che quello è il suo stile. Già il secondo, e poi il terzo e così via, non possono dire: è il mio stile. Ma: e’ la mia appartenenza a un genere. Non è questione di tipologia (sempre case di abitazione sono, sempre chiese, sempre grattacieli, e tutte hanno quattro muri, fondamenta e un tetto).
E’ una questione di riconoscersi in un modo conosciuto, adottarlo, emanciparlo, se è il caso, ma comunque essere parte di  una cosa che già esiste: ha regole (o, programmaticamente, non ne ha ma anche questa è una regola), forme, caratteristiche insomma ben riconoscibili, che permettono di classificare l’opera, di renderla parte di una famiglia.
In architettura, mi rendo conto, questo non viene chiamato "genere". Piuttosto: movimento, scuola.
Ma il paragone forse regge.
O no? E’ un pregiudizio, questo?

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Categorie:a fari spenti
  1. utente anonimo
    15 maggio 2005 alle 17:26

    Il problema è che non esiste il PRIMO architetto razionalista, il primo artista espressionista, il primo scrittore neorealista. Tutto questo lo scopri dopo, quando un movimento di artisti, intellettuali, scrittori, etc. si trova a muoversi all’interno di un sistema estetico che viene riconosciuto come tale.
    E anche questa è comunque una semplificazione.
    Pensa al neorealismo: erano tutti neorealisti negli anni cinquanta. Poi, negli anni, si sono fatti i distinguo: Calvino lo era ma con una componente fantastica, Pavese lo era ma con una componente mitica, etc. etc. In pratica: si è dato nome a un movimento per cercare di circoscriverlo, ma poi si sono riconosciute le singole individualità.
    E, comunque, una cosa è la tipologia, un’altra è “Lo stile”, “La scuola”.
    Io non c’entro nulla con la scrittura di Genna o Colaprico o Dazieri. Non basta che scriviamo tutti e tre di Milano, oggi, e di crimini. Non c’è nessuna scuola, in questo.
    Progettiamo chiese, ma ognuno a modo suo.

    Ciao, G.B.

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