Lampi

Non so se vi è mai capitato di trovarvi in una sala-macchine, ad esempio un centro di calcolo, o una sala operativa di qualsiasi genere, nel momento in cui va via la luce.
Gli apparati non i spengono uno dopo l’altro come nei film. Va giù tutto insieme, nello stesso preciso istante con un sincronismo perfetto. Rimane il ronzio lontano di un generatore di riserva, il cicalino di un allarme e tante piccole luci azzurre, o bianche sugli apparati tenuti in vita dai gruppi di continuità.

Questa immagine tecno-bucolica mi è venuta in mente iniziando Fiona di Mauro Covacich.
Che c’entra? dirà chi fra voi ha letto il romanzo, o chi, non avendolo letto, sa più o meno di cosa parla.
Niente, infatti.
L’immagine fa riferimento alla capacità del bravo scrittore (non dirò: grande) di spegnere simultaneamente tutte le luci (specie quelle della razionalità) e lasciare accese, anche solo per pochi minuti, ma quelli fondamentali per permettere al lettore di fidanzarsi con il libro, le sottili, piccole spie delle emozioni: che non fanno luce intorno, ma tengono viva la respirazione, in un silenzio innaturale, teso, minaccioso. Perché qualcosa sta per succedere.

L’idea di iniziare il nuovo romanzo con il personaggio di Fiona (anzi, di dedicarle il libro), la bambina che avevamo lasciato in lacrime disperate nel libro precedente, senza un destino, in un orfanotrofio dall’altra parte del mondo, abbandonata dai suoi legittimi genitori adottivi, spaventati e deboli, per reincontrarla chissà come e perché a Milano2, mano nella mano al suo nuovo papà, ma assolutamente incapace di comunicare con lui…. è la differenza tra scrivere, genericamente, e raccontare storie per emozionare.

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Categorie:discorsi, letture
  1. 30 aprile 2005 alle 12:39

    Io, con la cricca del Nordest ho chiuso. Però mi hai dato un’idea.

  2. 1 maggio 2005 alle 18:53

    E quale???
    e.

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