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La classificazione decimale di Dewey
(direttamente dagli archivi del mio computer, un racconto del 1998, che vi propongo a puntate)

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Tommaso era un nemico pericoloso, una seria minaccia alla mia sopravvivenza intellettuale. Bisognava fare qualcosa, correre ai ripari, neutralizzarlo; impedirgli di perpetrare nei suoi disegni spaventosi di vendetta; distruggere il suo sguardo logorato dalla solitudine, affilato dal risentimento che in quella s’è col tempo furiosamente riprodotto; salvaguardare l’intero mondo accademico da quella scheggia impazzita che, se avesse fatto proseliti, sarebbe deflagrata, chissà quando, chissà in che modo, e con quali disastrosi effetti.

Pochi giorni fa (vale a dire circa sei o sette mesi dopo lo svolgersi dei fatti fin qui raccontati) una donna mi ha telefonato in Dipartimento dicendomi che doveva parlarmi. Aveva saputo delle lettere di Tommaso e riteneva opportuno mettermi al corrente di alcuni particolari che avrebbero potuto essermi utili per capire meglio tutta la faccenda.
La voce era gentile, esprimeva un corretto italiano senza inflessioni dialettali, e immaginai che appartenesse ad un’insegnante. Non le domandai chi fosse e accettai di incontrarla senza indagare oltre, perché era una voce sincera.
La donna aveva circa quarant’anni ed era semplice e minuta, i capelli neri corti, occhi grandi e luminosi, la pelle era l’unico segnale esplicito dell’età, visto che l’insieme era molto giovanile. Indossava un montgomery blu.
Sorrideva con dimessa dolcezza, aveva la fede all’anulare e nessun altro anello. Fumava (“do fastidio se fumo?” “Ma s’immagini.” “Sa, di questi tempi”…)
Ci vedemmo all’Università, disse che le faceva un certo effetto, erano diversi anni che non ci rimetteva più piede. Per metterla più a suo agio le proposi di uscire, fare due passi, andare a un bar.
Disse di essere la sorella di Tommaso. Non le chiesi il nome, era chiaro che si era presentata a me in quella veste e non sarebbe stato cortese costringerla a esporsi, per così dire, in prima persona. Le chiesi se aveva qualche messaggio da parte sua, se aveva notizie.
Lei non rispose alle mie domande e disse: “So che Tommaso le ha scritto.”
“Due volte”, risposi.
“Sì, lo so. Anche a noi, una sola volta, però. Che idea s’è fatto?”
Alzai le spalle.
Continuò: “Le ha detto perché l’ha fatto?”
“Non proprio. Sospetto…” Fui interrotto.
“Di lei si fidava, ci teneva alla sua stima. Non aveva dubbi che lei sarebbe stato l’unico a difenderlo. Grazie a lei si sentiva con le spalle coperte.”
“Alla mia stima?”
“Lei che pensa, tornerà?”
“Sì, forse…”
“No, non credo. Lei non sapeva che Tommaso era sposato, vero? Eppure non era un segreto. Certamente non era tipo da andare a raccontare i fatti suoi. Diciamo che chi lo sapeva, bene; e chi non lo sapeva, almeno da lui non lo avrebbe mai saputo.
Si è sposato molto giovane, con una ragazza incontrata al Corso per archivisti. Per archivisti, sì… poi non era arrivato a prendere il diploma… Una ragazza molto seria, che sapeva stargli vicino. A noi era piaciuta subito. Tommaso non era un tipo facile, per stare bene con le persone aveva bisogno che queste non dico lo capissero, ma almeno lo accettassero così com’era. Sa, da noi Tommaso non è mai stato considerato una persona con dei “problemi”. Ma questo è logico, quando si vede crescere una persona, gli si sta vicino sempre… Era un ragazzo simpatico, sa? allegro, spiritoso. E non è mica cambiato. Noi lo rispettavamo, aveva una sua vita completa, non ci sembrava proprio che fosse come quelle persone che possiedono solo un particolare talento. Aveva amici, in estate soprattutto, in campagna, non stava mai a casa, sempre fuori, pieno di iniziativa. Lei deve capirmi, io non sto dicendo che era una persona comune. Solo che fin quando s’è trovato intorno le certezze della giovinezza e la disponibilità di quelli che gli stavano vicino a non farsi tanti scrupoli, le sue difficoltà, le sue esigenze un po’ particolari rimanevano in secondo piano, non costituivano il centro delle sue preoccupazioni, era come fosse sempre in vacanza.
Crescendo invece è cambiato tutto; gli amici diventando uomini lo abbandonavano, come se per tutti loro fossero arrivate scialuppe di salvataggio per riportarli al sicuro lì dove si è grandi, maturi, e lui fosse stato dimenticato all’ultimo momento nell’isola misteriosa. Non pensa che fosse anche suo diritto difendersi? Il suo improvviso bisogno di stare da solo, di sognare a occhi aperti, o non parlare per delle ore, mentre prima gli era concesso, crescendo era diventato un vizio da non confessare, chi lo sa perché. Certo, era timido, delicato, spesso era malato. Tutte cose che a un certo punto erano diventate un ostacolo. Lo so che molta gente è come lui, ma reagisce doversamente. Ma questa è una spiegazione? E’ stato come se a un certo punto tutte le persone di cui si fidava gli avessero tolto il saluto, così, senza motivo.
D’altra parte se la sua intransigente richiesta di fedeltà e di lealtà veniva avvertita come un peso dagli altri, lui non poteva farci niente, era fatto così, e non aveva alcuna voglia di cambiare. Era una persona estremamente lucida, anche da ragazzo, perfettamente consapevole di come fosse fatto. Sapeva cosa doveva chiedere alla vita: essere felice restando com’era.
Lui custodiva gelosamente la sua identità, orgogliosamente, sempre più difendendola dagli sguardi di chi lui, anche sbagliando, riteneva che non avrebbe potuto capirlo.
Poi arrivò Carla….

[continua]

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