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La classificazione decimale di Dewey
(direttamente dagli archivi del mio computer, un racconto del 1998, che vi propongo a puntate)

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 Il primo argomento di cui mi dovetti occupare fu quello dei furti di libri, che proprio nella sua biblioteca avevano da qualche tempo stranamente oltrepassato la soglia della tollerabilità strutturale. Gliene parlai, cercando di fargli esprimere un’opinione, immaginando di vederlo costernato e indignato di fronte a una tale sacrilega violazione; fu invece evasivo e fatalista, come un genitore incapace di comprendere un figlio da cui si sia sentito tradito e che perciò ha smesso per sempre di opporre resistenza e ira alle sue stranezze.
Ma i furti continuavano, ne fu investito anche il Preside, poi addirittura il Rettore, che non ne volle sapere niente passando la palla al Direttore Amministrativo che ne informò il Direttore del Personale che non vedeva cosa c’entrasse lui, rimettendo la questione alla Responsabile della Biblioteca che fece un “discorsetto” ai suoi dipendenti congelando straordinario, ferie, permessi e non so che altro, causando infiniti malumori: in tutti fuorché nel mio amico, che non credo si sia mai sognato di prendersi un giorno di ferie o di permesso a meno che non vi fosse stato costretto, e che quindi non era minimamente toccato da quei severi provvedimenti.

Ben presto ebbi conferma di quanto già sospettavo: avrei potuto passare degli anni in attesa di stanarlo nel mancato rispetto di una norma, di un ordine di servizio. Quell’uomo era un’ombra, un enigma sterile. Senza correnti di passioni che trascinassero il senso del suo stare al mondo. Il suo destino mi appariva, per così dire, talmente evidente che lo pensavo come un archetipo, una traccia che, in minime quantità, troveremmo diluito anche nei destini di tutti, ma in mezzo a mille altre dosi di altre mille possibilità che, unite fra di loro, formano il destino unico e irripetibile di ogni essere umano. La sua vita non si limitava a svolgersi, ma era come se ci fosse qualcuno che la proclamasse. Non era grigia, era troppo grigia. Non era spenta, era anzi fin troppo accesa, dipinta da un artista scadente incapace di usare le mezze tinte.
Eppure, più andavo avanti nei miei appostamenti, più mi pareva di rendermi conto che dapprincipio l’avevo sottovalutato.
L’osservazione quotidiana mi portò a concludere che quella sua aria di distacco, di ossequiosa indisponenza nei confronti del mondo era propriamente la sua pelle, e non un vizio nascosto. Era insomma il motore stesso del suo stare al mondo, e non un meccanismo difensivo di un uomo troppo sensibile e riservato che solo saltuariamente erompeva mettendo a nudo la sua vera identità.
Non crederlo sarebbe stato come svalutare la sua grandezza misteriosa, il suo mondo interiore issato con lucida consapevolezza al di sopra della mediocrità umana. “Chiunque frequenti una biblioteca dovrebbe conoscere l’opera di Melvil Dewey”. Dunque un fanatico, intollerante, adepto di una setta. Un provocatore. Disprezzava il mondo, almeno lo compiangeva, in nome del suo dio, Melvil Dewey, che allora immaginavo trattarsi di uno di quei pensatori che con pochi ritocchi cosmetici riescono a spacciare al mercatino delle idee usate la loro Teoria, la cui applicazione risulta utile in ben delimitati campi d’azione, come una visione del mondo (ciò che rende entusiasti i suoi consumatori, che si ritrovano fra le mani, senza troppi sforzi, non un miserabile strumento di lavoro da usare in determinate circostanze, ma una ragione di vita).

In breve, proprio non riuscivo, per quanti sforzi potessi fare, a limitare i miei sentimenti ad una benevola indifferenza. Come lui disprezzando il mondo di conseguenza disprezzava me, così io lo disprezzavo. Lui era il mio nemico, da lui bisognava che mi difendessi, e che lo attaccassi, per eliminarlo. Ad accrescere la mia ostilità c’era anche la considerazione, non secondaria, di non aver mai fatto cenno di tutto questo con chicchessia. Il che, se da una parte contribuì a non rendermi ridicolo di fronte a colleghi e familiari, dall’altra, com’è sempre per ogni passione segreta, non permetteva al mio assurdo sentimento di confrontarsi con la realtà obiettiva, lasciandolo solo a commisurarsi con l’ineffabile schiera dei fantasmi della mia immaginazione, tirapiedi, come si sa, delle nostre più tenaci e banali pulsioni aggressive.

[continua]

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