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 La classificazione decimale di Dewey
(direttamente dagli archivi del mio computer, un racconto del 1998, che vi propongo a puntate)

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Ci sono avvenimenti, o persone, sui quali, in virtù della distanza esistente fra noi e loro, non siamo fortunatamente tenuti ad esprimere un’opinione. Questi sono la maggior parte degli avvenimenti e delle persone con i quali ci capita quotidianamente di stabilire rapporti. Il bibliotecario avrebbe dovuto essere una di queste, ma in breve ciò si rivelò impossibile. Era come se mi avesse preso in una trappola.
Quello che ero riuscito a fare in modo che non accadesse in seguito ai nostri precedenti incontri, fu invece determinato da quella spudorata domanda, “conosce Melvil Dewey?” Avrei potuto tirarmi indietro, continuando ad ignorarlo. Ma perché concedergli, di fatto, un tale diritto? Se gli avessi lasciato campo libero avrebbe ritenuto che fosse parte delle sue prerogative sociali fermarmi nei corridoi della facoltà importunandomi con domande imbarazzanti, alle quali io non avrei mai saputo rispondere. Entrare sul terreno del gioco che aveva intrapreso avrebbe comportato ugualmente, da parte mia, il mancato totale controllo della situazione, ciò che avrebbe causato una progressiva, ingiustificabile riduzione di quella distanza che provvidenzialmente ci protegge dagli insulti e dall’ignoto.
Non mi restava che cogliere il guanto della sfida, ma imponendo le mie regole, conseguenza di un’autorità che non potevo non far valere.
Era chiaro che la responsabilità di tutto ricadeva su di lui. Lui aveva provocato. Io avevo semplicemente reagito. E visto che era lui a volerlo da quel giorno cominciai ad osservarlo, in attesa di svelarne una debolezza, o poterne irridere un atteggiamento.
Se prima cercavo di fuggirlo ora facevo di tutto per capitare nelle sue vicinanze. Ben presto credetti di sapere tutto di lui, della sua vita metodica, senza eventi, ammuffita fra gli scaffali della biblioteca, fra i quali lo vedevo muoversi talora con ansia, talora ad occhi chiusi, concentrato, inciampare goffo negli ostacoli imprevisti che incontrava sul suo cammino, con la sua camicia marrone sotto una giacca grigia e il batuffolo di cotone nella cavità di un orecchio, oppure seduto al suo tavolino nella sala di lettura. Da quando la mia presenza in biblioteca s’era fatta insolitamente assidua il suo saluto era divenuto più neutro, talora stizzoso. Non era più in cerca di complicità.
Sapeva far rispettare le ferree regole della biblioteca, questo sì! Un giorno una studentessa lo avvicinò presentandogli la scheda per ottenere dei libri in prestito. Lui guardò quel pezzetto di carta sbigottito. Scuoteva il capo, lo girava e rigirava fra le mani come per interrogarlo.
“Non puoi scrivere con la penna verde”, disse. Sorrideva e tremava, fissando quel foglietto come se la ragazza, utilizzando una penna verde avesse bestemmiato la sua fede. Non alzava mai lo sguardo da quel foglio, come se qualcosa lo attraesse maliziosamente ad esso: un vizio, un peccato. Ma la voce disperatamente si aggrappava al salvagente dei principi del suo ordine incrollabile: “Solo penna nera, o blu, al massimo…” Non capivo come mai non facesse quel foglio in mille pezzi; qualcosa lo frenava.
Finalmente lo riconsegnò nelle mani della ragazza, tenendovisi a distanza, come se emanasse un calore insopportabile. Pensai che se quella non fosse stata una ragazza, ma un uomo, forse avrebbe avuto meno scrupoli, e che quindi il problema fosse la ragazza, la vicinanza del suo corpo, il suo odore, e non l’inchiostro verde. Comunque, quando ebbe consegnato la scheda alla studentessa mi parve sollevato; infatti gli riuscì perfino di guardarla negli occhi; non dirò “sorridendole”, perché, come ho già detto, lui sorrideva sempre e quindi era impossibile individuare in quella smorfia perenne un’intenzione.
Non fu certo un caso se in quei giorni venni nominato Presidente della Commissione Biblioteche dell’Ateneo. Poco mi importava della politica degli acquisti, o di domande di trasferimento. A me solamente importava poter sottomettere lui al mio controllo, che andava ad assumere ora anche una veste istituzionale.
Cercavo un cavillo qualunque per nuocergli. Avrei potuto proporre di trasferirlo ad altro servizio, in un’altra biblioteca, se questo non avesse comportato la fine troppo brusca del gioco.

[continua]

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