Home > testi >

 La classificazione decimale di Dewey
(direttamente dagli archivi del mio computer, un racconto del 1998, che vi propongo a puntate)

 [ 1 ] | [ 2 ] |  3

Breve divagazione utile a presentarmi. Io sono un docente universitario. Professore associato, di seconda fascia. Cosa sia un docente universitario è presto detto: egli è un uomo mediocre, una persona, cioè, che, conoscendo tutto della propria disciplina, e poco o niente del resto, se facesse una media fra quei due mondi separati del suo sapere, otterrebbe come risultato un livello di cultura perfettamente allineato alla media (alla mediocrità) nazionale.

Se ancora dovessero esistere studenti che vedono nel loro professore un uomo eletto, saggio prima ancora che colto, incline alla riflessione e alla tolleranza, vincolato al mondo superiore della Scienza e della Cultura da un patto di devozione che ne fa non già un sacerdote, ma un semidio, se tali studenti, per ipotesi remota dovessero ancora circolare per le aule delle nostre facoltà, sarebbe opportuno che abbandonino da qualche parte questo inutile fardello di balle e guardino la realtà così com’è. Specialmente se intendono intraprendere la carriera universitaria. Così non incorreranno nel pericolo di svegliarsi un giorno davanti ad una realtà mostruosa e banale, incarnata però in individui che, avendo esercitato fino ad allora su di loro un forte potere d’influenza continueranno a farlo, spingendo comunque le nuove leve alla loro emulazione; e queste non potranno né vorranno tirarsi indietro: non più per fare proprie le virtù dei Maestri (essendosi queste rivelate per la maggior parte un inganno), ma i loro vizi, che eserciteranno non lo stesso potere di attrazione ma uno maggiore perché, questo è dolorosamente noto a chiunque abbia una certa età e non sia un ipocrita, il male ispira maggiore fiducia e simpatia del bene.
Per parte mia, io non credo di essere un ipocrita. Credo di potermi considerare un uomo che conosce il proprio medio valore, e su questa consapevolezza pone le basi dei rapporti con il prossimo.

In breve: non provavo alcun senso di superiorità nei confronti di quell’uomo; semplicemente mi limitavo a constatare le differenze. (“Conosce Melvil Dewey?” certo che no, mai sentito nominare, rischio anche una brutta figura: chi è questo Melvil Dewey? Di lui potrebbe essere uscito di recente un articolo fondamentale riguardante il mio campo di studi e io non ne so niente, questo mi mette in ansia, ma non posso mentire. “Chiunque frequenti una biblioteca dovrebbe conoscere l’opera di Melvil Dewey”, aveva aggiunto l’assistente bibliotecario guardando in modo sfuggente il pavimento davanti a sé, come se inseguisse un insetto che lo stesse attraversando).
Il corridoio dove avveniva la conversazione era tetro come mai mi era parso. Lungo le pareti, da entrambi i lati, armadi con le grate di fil di ferro sottile ma robusto, ondulato nelle intersezioni, rinchiudevano volumi rilegati in maniera uniforme. Più che lo spazio di un dipartimento universitario sembrava l’ala di un manicomio criminale, e da dietro quelle grate mi aspettavo di vedere protendersi mani alla ricerca di un contatto, di una violenza gratuita, una sigaretta.
Nel mio caso vedevo parole straziate, innocenti, cercare disperatamente un’evasione dai loro sarcofagi per lanciarsi verso il mondo dal quale erano state escluse, vittime della loro natura di prigioniere e custodi, allo stesso tempo, non della trasmissione della cultura, ma della sua perenne conservazione, incatenate, per così dire, ai pesanti piombi di Gutemberg…
Ma quale aiuto potevano augurarsi, quali speranze riponevano negli abituali frequentatori di quei corridoi? studenti ignavi deambulanti con sciarpe arrotolate al collo, bidelli fotocopiatori con camici azzurri nuovi di delibera del Consiglio di Amministrazione: anime pellegrine comunque indifferenti, inerti di fronte al loro dramma. E infine i loro secondini, o meglio, i goffi sagrestani del tempio di quel misterioso culto pagano: i bibliotecari, i più indifferenti, i meno coinvolti.
Ricapitolando: “Conosce Dewey?” “No.” “Chiunque frequenti una biblioteca dovrebbe conoscere l’opera di Melvil Dewey”. Poi non disse altro. Un rimprovero in piena regola, dunque, fatto con quel sorriso incongruo stampato senza sentimento, e in realtà finalmente sincero, coltivato all’ombra di una vita di rancori repressi, e ingiustificati complessi di inferiorità che tracciavano finalmente la via della rivincita lungamente attesa. Quel suo sguardo puntato in terra, timido e saccente, vendicativo era come se smentisse la precedente ossequiosità e nello stesso momento la motivasse, ma illuminandola trasversalmente svelandone la natura ipocrita. “Non parlo di lei”, s’affrettò a correggersi, come avendo intuito di aver oltrepassato il limite oltre il quale siamo indifesi di fronte alle nostre più segrete motivazioni (e un ipocrita cosa potrebbe temere di più?); forse voleva recuperare la mia stima.

[continua]

Annunci
Categorie:testi
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: