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 La classificazione decimale di Dewey
(direttamente dagli archivi del mio computer, un racconto del 1998, che vi propongo a puntate)

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Arrivato a questo punto mi preme confessare che di Melvil Dewey io so davvero poco o nulla. Le scarne e non so quanto veritiere informazioni che ho dato fin qui, condite con quel po’ di colore storiografico che mi è parso opportuno, le ho ricavate dalla prima delle due lettere che mi ha scritto Tommaso. Due lettere in un anno, e dall’ultima sono trascorsi già sei mesi, ormai non spero più. Meglio così.

Tommaso era, o forse è, un bibliotecario. Ha lavorato per diversi anni nella biblioteca universitaria di ***. E’ lì che l’ho conosciuto, avendo avuto modo di frequentarlo con una certa assiduità per via di certi miei articoli di cui doveva curare la pubblicazione sulla rivista dell’Ateneo alla quale collaborava come segretario di redazione. Non arrivammo mai ad aprire i nostri cuori a reciproche confidenze, né ci capitò di scambiare pareri su altro che non concernesse il lavoro al quale entrambi dedicavamo molto del nostro tempo libero (molto più di quanto l’importanza degli articoli e l’autorevolezza della rivista meritasse), con un impegno concentrato nel tempo che non consentiva divagazioni.
Una fortuita circostanza, però, portò me ad andare più volte a casa sua, e lui, successivamente, a rendermi quelle visite forzate: fummo infatti colpiti dalla stessa malattia, che attaccò in sequenza prima lui e poi me, sebbene i medici interpellati escludessero la minima possibilità di un contagio.
Questa intimità non desiderata, fatta di giacche da camera e pantofole, capelli scomposti e unti, che ci infliggemmo a vicenda per quel breve periodo di tempo, sembrò, in apparenza, non modificare affatto il tipo di rapporto che c’era fra di noi, e che era fondato sul rispetto della diversità e delle reciproche competenze.
Solo quando, terminato il lavoro, ci ritrovammo nei locali della Facoltà finalmente in salute, e senza incombenze, non potemmo fare a meno di cominciare a salutarci con sorrisi accompagnati da movimenti del capo, affermativi e informativi al tempo stesso: eccoci! come sta? tutto procede? si lavora? C’era della vergogna, io credo, e un giusto imbarazzo, calati nuovamente nella nostra dignitosa realtà, a ricordarci sporchi, le barbe incolte, l’alito pesante: una condizione tollerata solo in virtù di un patto di omertà reciproca che ora non chiedeva altro che di essere del tutto rimossa per sempre. Almeno da parte mia.
Questo andò avanti per qualche settimana. Io non potevo fare a meno di frequentare la sua biblioteca; lui non poteva fare a meno di inviarmi circolari prestampate per avvisarmi dell’arrivo del tale libro, o che il talaltro era esaurito. Io, lo confesso, avrei preferito non avere più niente a che fare con lui. Era cerimonioso, ossequioso oltre il limite consentito ad un impiegato di biblioteca di fine millennio. Questo suo fare, così come l’aspetto, a dire la verità, lo distingueva dagli altri suoi colleghi, che nutrivano un’altissima considerazione per il loro ruolo, in quanto si consideravano giammai semplici impiegati pubblici, bensì “manager della conoscenza”.
Tommaso aveva la testa sorprendentemente piccola, era come sfuggente, senza mento, come quella di certi indiani, o pakistani, non so, con gli occhi grandi nascosti da un paio di occhiali da vista rettangolari, dalla montatura nera, spessa. Ma degli orientali non aveva la carnagione, che in lui era pallida, opaca. Aveva labbra grosse, e perennemente predisposte a un sorriso spento; i denti irregolari, i capelli neri, brillanti, corti, leggermente ondulati tirati all’indietro. L’andatura lenta, ma il passo lungo; nell’abbigliamento prevalevano i toni sul marrone. Era un uomo senza dubbio meticoloso ma anche noioso: prevedibile.
Durante questo periodo mai mi parve che il suo riserbo fosse qualcosa di diverso dalla mia stessa determinazione di lasciare che quell’amicizia appena abbozzata si spegnesse da sola. Questo mi risollevava dall’insistere con quei saluti pieni di sottintesi e complicità. Confesso che l’idea di dover andare in biblioteca mi costringeva ogni volta ad un riesame del rapporto che c’era stato con quell’uomo e su quello che era giusto oppure no che dovesse diventare. Se fosse giusto, oppure no, coltivare una dispettosa indifferenza che ristabilisse le distanze. Meditazioni di poche frazioni di secondo, certo, ma complessivamente fastidiose, proprio in ragione dell’inconsistenza delle ragioni del loro esserci.
Ripeto, questo limbo di indeterminatezza nei nostri rapporti durò un po’ di tempo, durante il quale non cercai mai, nemmeno involontariamente, di provare a mettermi dal suo punto di vista: chi ero, io, per lui? E in fondo, che cosa me ne importava?
Un giorno lo incontrai nel corridoio che introduceva alla biblioteca. Era buio, fuori pioveva; il suo viso era del colore del cielo. Il mio umore anche. Non mi salutò, però mi rivolse la parola, così, direttamente, senza introduzioni o giustificazioni:
“Lei sa chi è Melvil Dewey?”

[continua]

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