Risposta a WM1

Sono debitore a WM1 un risposta approfondita ad un suo articolato commento.

Discorso numero uno. La “lingua piatta” di "54".
Questo non vuol dire: poco, o nessun lavoro sulla lingua. E’ evidente la consapevolezza dell’uso di una lingua, sia in 54 che in NT. Piatta forse è intrinsecamente offensivo. Avrei potuto/dovuto esprimermi con maggiore precisione.
Piatta è la lingua della Mazzantini, nella sua fastidiosa letterarietà di risulta.

Il calco del bolognese, o del paranapoletano, o del para burocratico, che si alternano in 54 sono indice di un lavoro sulla lingua, certo. Con l’obiettivo evidente, ai miei occhi poco partecipati, di costruire comunque una traccia narrativa volutamente riflessiva della realtà, discorsiva, “semplice”. Per ottenere questo risultato ci vuole un grande sforzo, ne sono perfettamente consapevole.

Dietro le vostre scelte stilistiche è chiara l’intenzione. Solo che secondo me l’alternanza di linguaggi, la capacità mimetica di riportare la parlata di un bar, alla lunga restituisce un’impressione di semplicità forzata dalla gabbia ideologica (che c’è di più autoconsapevole dell’ideologia?). A me è sembrato evidente il piacere di lasciare parlare la storia (sottolineo piacere). Che si deve fare quindi carico totalmente del piacere (di nuovo) della lettura, e contenere tutte le emozioni, la forza evocativa, l’esplosione dei sentimenti (privati, civili), e le aperture verso la scoperta di mondi nuovi.

Non ci trovo niente di male, in questa operazione. Solo che ai miei occhi è una soluzione che qualche volta può prestare il fianco a una sensazione di troppo studiato a tavolino (succede quando la storia appare troppo un… McGuffin! E in 54 questa sensazione c’è: non ci ho trovato mai un’illuminazione, ma sempre una luce accesa con diligente attenzione a non lasciare nessun angolo al buio; ora dico “nessuna”, forse esagero, ho ripreso il libro in mano ma non è facile ricostruire le sensazioni autentiche della lettura. E’ tutto lì, nessun cazzotto nello stomaco: un meccanismo perfetto si snoda davanti ai miei occhi ma non riesce a smuovere la mia vita da qui a lì).

C’è un Disegno generale, ok. Ci sono Intenzioni Nobilissime. C’è la Storia e la storia. Bene.
Ma cos’è che fa di Guerra e Pace un capolavoro? La Visione della Storia o il dettaglio, il particolare, l’analisi psicologica (la vecchia, cara irrisa analisi psicologica)? I piccoli simboli disseminati qua e là, un’espressione del viso, il disastro sentimentale di un uomo o di una donna, la pertinenza di un destino generale con il mio destino, o la Teoria? Non le citazioni, il sottotesto più o meno culturale e letterario.

Non che in 54 manchi la descrizione anche affettuosa del particolare (il bar, il dancing eccetera): ma sembra essere puramente funzionale alla visione generale, un contenitore esatto, e non un recettore di sentimenti: scenografia e non occasione possibile di un’emozione.
Non che tutto l’apparato non voglia dire nulla, non rimandi ad altro. Ma ciò a cui rimanda mi è parsa solo una cornice più grande e impersonale, non l’indispensabile verità accessoria che mettiamo in valigia quando leggiamo un libro che ci piace, ascoltiamo un pezzo che ci “parla”, vediamo un quadro che suscita inconcepibili emozioni, intellettuali e, per dirla con il miserabile, ultrapsichiche. Non ragionamenti. Ma pezzi di vita, della nostra vita, che troviamo dislocata e descritta, non si sa come, fra le parole usate più di un secolo fa per raccontare la vita di un tale chiamato Pierre Bezuchov.

Per esempio: nei vostri libri mancano le “immagini” e le metafore  (sbaglio?). E’ una scelta. E’ il vostro stile. Che so: non si troverà mai un qualcosa come il finale de La Macchia umana (mi viene in mente perché oggetto di recenti polemiche Genna/Piperno/Colombati) “L’unica traccia di una presenza umana in tutta la natura, come la croce di un alfabeta sul foglio di carta. Ecco, se non tutta la storia, tutto il quadro. Solo raramente, alla fine del nostro secolo, la vita offre una visione così pura e pacifica come questa: un uomo solitario seduto sopra un secchio, che attraverso quaranta centimetri di ghiaccio pesca in un lago le cui acque si rinnovano continuamente in cima ad un’arcadica montagna dell’America”.
 
Magari a te, a voi, fa schifo (e torniamo al de gustibus). Questo volevo dire con: la storia basta alla storia. E ho trovato un perfetto parallelismo fra questa linearità narrativa e la lingua “semplice” (mimetica, per quanto plurima: ho scansionato il testo di 54 con una utility di analisi testuale ed è uscito che, secondo l’indice “Kincaid” il documento risulta “eccessivamente semplice”, e secondo l’indice "Gunning’s fog" per comprenderlo occorrono 5 anni di scuola: prendili, se vuoi, come un complimento e comunque come un gioco o una curiosità – ma non dirmi che il testo non sia “semplice”).

Ricordi? a proposito del film ho detto: tipica di chi prende sempre 7 e mai 9 o 10.
A parte i voti (peraltro il 7 mica è disprezzabile!). A parte i confronti. Se a me dispiace, da lettore, non trovare nei vostri libri quello che cerco (illuminazioni, cazzotti emotivi, aperture, trivellature dell’anima – un esempio? Tanto per far capire di che parlo, non perché confronti siano realmente possibili. Lasciamo stare Roth, che è sputtanato. Richard Ford, il primo che mi viene in mente: non per la sua Idea di Letteratura, ma per le mille sorgenti di piccole o grandi verità distribuite nei suoi testi che ti schiantano con la loro esattezza e profondità) è perché non sono (stato) così lontano dall’idea di una letteratura popolare (chi si voglia sguerciare puo’ leggere il mio primo tentativo, Segreti di famiglia, che secondo me ha cose molto valide fra altre molto ingenue, nel terribile formato e-book, che non lo puoi neanche stampare). Forse mi sono nel frattempo complicato la vita, sia come lettore che come apprendista scrittore, ma il principio mi intriga.
Non parlerei per così tanto spazio e tempo di qualcosa che non mi interessa. E’ Prodi che mi delude (quando e se mi delude), non Berlusconi!

Quanto alle considerazioni su NT. Le intenzioni sono sempre nobilissime. Evidentemente non sono stato in grado di coglierle.
Specie quelle relative a Sonia Langmut. Credimi, io non so quanto siano evidenti (il registratore tedesco, e tutto il resto). Io non so quanti lettori percepiscano il significato della sua figura nel contesto del libro. Forse tutti e l’eccezione sono io. Mah. Può essere benissimo.
Che poi l’America siamo noi io lo devo leggere nel libro, non in un’intervista.
E io non ce l’ho letto. L’avevo colto, certo, il riferimento agli stornelli toscani, ma mi è sembrato un legame troppo debole per giustificare tutta l’operazione.
Per cui rimango della mia idea.

Se non sembrasse, alla fine, una sviolinata del tutto fuori luogo, ma secondo me non lo è, di cuore ti ringrazio per la bella (almeno per me) discussione.

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Categorie:a fari spenti, letture
  1. utente anonimo
    25 marzo 2005 alle 17:24

    Il problema continua a sembrarmi questo: tendi ad ammantare di oggettività una lettura che è intimamente *tua*, personale, idiosincratica. Ricorrere al Kincaid non è sufficiente a farti superare questo scoglio. Nessuna ricognizione automatica di un testo può capirne le sfumature.

    [Excursus: tu continui a dire che i nostri libri “non emozionano”. Posso dirlo? I nostri libri non emozionano *te*, non toccano le tue corde, nondimeno toccano le corde di molte persone, direi della maggior parte di chi li legge. Noi ci emozioniamo scrivendoli, e questa emozione ci torna nell’interazione costante con lettori e lettrici, che ci scrivono dicendo di aver trovato se stessi (e i padri, le madri, i figli) nelle nostre pagine.]

    Ma torniamo al problema della lettura idiosincratica e condizionata e del dato oggettivo.

    Nella nostra scrittura mancherebbero… le immagini e le metafore?
    Scusami, ma questa è una vera enormità. Tanto in 54 quanto in NT, lo stile è persino troppo gonfio di immagini, metafore, simbolismi, visioni oniriche etc.

    Vorrei ricordarti, a mo’ di esempio, le ultime righe della prima pagina di di 54:

    “Difendevano la civiltà da ombre cinesi di dinosauri.
    Difendevano il pianeta da simulacri di asteroidi.
    Difendevano l’ombra cinese di una civiltà.
    Difendevano un simulacro di pianeta.”

    Altri esempi.

    L’eroina.
    “Nettare che placa ribellioni nei muscoli, storie di fate raccontate a ossa e articolazioni”.

    Il passaggio da Archie Leach a Cary Grant.
    “Inerpicarsi sulla montagna piú alta dando l’impressione di affrontare una misera collinetta, anzi un dosso, un gradino, muovi un piede dietro l’altro senza nemmeno darti la pena di pensare”

    E la riflessione simbolica di Tito sugli specchi e sull’abbigliamento? Troppo lunga per riportarla qui.

    Il jazz.
    “Sul pulsare del basso, intricati riffs di fiati corsero velocissimi fino al primo stacco. Fu come vederli tuffarsi in mare da una scogliera. Fiato sospeso. L’assolo di tromba avanzò come una fiamma lungo la miccia, fino all’esplosione che fece decollare il sax, simile a quei razzi dei cinegiornali. Nuovo stacco, sezione fiati al completo, fraseggio furioso fino all’apoteosi finale, tutta l’orchestra un’unica, colossale mazza i cui colpi abbatterono la canzone come una bestia portata al sacrificio. La rullata della batteria fu l’ultimo spasmo del corpo prima del colpo di grazia. Fine.”

    Lo spettro di Frances Farmer che parla a Cary.
    “Al mondo non c’è un Orfeo per ogni Euridice. Ma tu sei Orfeo, sei l’Acrobata i cui salti incantano le fiere, fermano i fiumi e i venti. Sei l’uomo che ha rivelato ai plebei i riti misterici, per questo ti odiano i demoni, e le Menadi vogliono farti a pezzi. Hai attraversato gli Inferi alla ricerca del mio fantasma, alla ricerca di te stesso e del tuo doppio, del tuo doppio e di tua madre. Hai fatto il tuo dovere contro l’Imbrattatele, hai attraversato di corsa i deserti, le colline illuminate dai roghi della caccia alle streghe, inseguito dai cani, sei scampato ad agguati per incontrare l’Uomo d’Oriente, e non hai nemmeno il fiatone.”

    E la lunga allucinazione/allegoria di Ettore durante la sparatoria a Sospel?
    Non la riporto qui per mancanza di spazio.

    La morte di Toni.
    “Toni non poté fare a meno di notare che era diverso da come se l’era immaginato. Un bel botto variopinto che colora il cielo. Era diverso dalle colorate figure geometriche l’intestino che prorompeva dal suo ventre squarciato. E le lacrime dorate delle Stelle d’Oriente che inondavano il cielo erano diverse dal sangue che ormai impregnava il vano anteriore dell’automobile e colava copioso fuori, sul marciapiede, tingendolo di rosso cupo. Vaffanculo alla tubercolosi, pensò.”

    E la lunghissima visione lisergica di Cary nell’epilogo?

    E i simbolismi nel capitolo finale di Serov?
    “agnelli a due teste, vitelli senza gambe, una capra con un occhio solo”

    Quanto a NT, è tutta una grande pletora di immagini, metafore, similitudini, dall’inizio alla fine.

    Solo tre esempi:

    “Monk era Michelangelo, scolpiva l’aria, toglieva tutto ciò che non somigliava alla musica che aveva in testa. Quegli accordi che non capivi cos’erano, le note che sembravano giocare a nascondino e sbucare da dietro il pianoforte per sorprendersi a vicenda, e Trane capiva, con gli assolo terminava le sculture, faceva spuntare un braccio, una gamba. Una specie di sonar, le note rimbalzavano su oggetti invisibili e ne rivelavano i contorni.”

    “Venerdì sera a New York è saette di luce da un locale all’altro, traiettorie abituali, musiche si accalcano, artisti contendono l’attenzione, i musical di Broadway, pop, jazz, folk, R&B, latin, taxi pieni e taxi vuoti, persone spinte in mezzo all’agorà da nuove ondate, o cacciate nelle nicchie da rinculi del tempo. Venerdì sera a New York è affrontare la metro tirati e profumati, è l’unico immenso marciapiede su cui camminare diretti verso i cinema, i teatri, la cena di mezzanotte o una pizza, un hot-dog, un qualcosa prima dei quattro salti. New York, meta di pellegrinaggio laico da tutta l’East Coast, nuova Santiago de Compostela, Lourdes della chiesa dell’elettricità”

    “Quando i cacciatori di teste si scatenarono in lungo e in largo per il Paese, noi ci affidammo a sogni d’oppio, divinità vendute al supermarket, canti di sirene che distoglievano dalla lotta. I fortunati trovarono una vita in Europa, alcuni scelsero l’Africa, come Stokely Carmichael. C’è chi tornò da dov’era venuto, di qualunque posto si trattasse. Compagni e amici scomparvero, più tardi ne rividi le teste, esposte su picche alle conferenze-stampa di Hoover”

    A conti fatti, più scrivi e più mi chiedo con che occhi e che disposizione d’animo tu abbia letto i nostri libri. Sono sinceramente perplesso.

    WM1

  2. bsq
    26 marzo 2005 alle 16:48

    Caro WM1,
    di fronte a questo fuoco di sbarramento non posso che rammaricarmi di aver provato ad affidarmi alla memoria e all’impressione stratificata in me dalla lettura, e solo ad un insufficiente sfogliare il libro.
    Ritiro perciò la questione della metafora, che peraltro era solo di sostegno alla tesi più generale dell’autonomia della storia (che non ne esce troppo ammaccata).
    Il fatto che la lettura di 54 mi abbia restituito, sia subito dopo aver terminato il libro, sia a distanza di un anno, l’impressione di un libro scritto in un certo modo, sara’ evidentmente un problema mio.
    Fermo restando che ho dedicato a 54 l’attenzione che, mi pare, dedico ad ogni libro, specie da quando mi sono preso la briga di riferirne in pubblico; e che quindi il risultato che ti rende perplesso rende perplesso pure me. Anche perche’, come ho gia’ detto in un post scritto appena iniziata la lettura del libro – in tempi non sospetti, come si dice – se un pregiudizio avevo, questo, pensa un po’, era positivo, e delle storie che i WM scrivano “piatto” o, al contrario, troppo “emotivo” io non ne avevo letto prima da nessuna parte. Questo risponde anche a quanto ha iscritto alla Lettrice naif.

    Quanto al Kincaid, l’avevo classificato come gioco e curiosità.

    Quanto al fatto che, relativamente alla mancanza di “emozioni”, la mia voce sia dissonante in rapporto alla massa di lettori concordi nell’affermare il contrario, ne prendo atto senza nessun tipo di commento o sensazione. Rientra nell’ordine delle cose che possono succedere.

    Quanto infine al fatto che tutto quello che dico, penso e scrivo sia preceduto da un gigantesco ed onnicomprensivo IMHO mi pare anche evidente.

    Mi pare di aver detto tutto, ciao e buona Pasqua.

  3. utente anonimo
    26 marzo 2005 alle 16:59

    Ok, siamo perplessi tutti e due 🙂
    Ne riparleremo al prossimo libro, allora.
    In quel frangente, ci rimpalleremo gli “In My Humble Opinion” come giocando a badmington. Buona pasqua, WM1

  4. 27 marzo 2005 alle 14:43

    Detesto questo tormentone degli IMHO.

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