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Con gli occhi chiusi, di F. Tozzi

29 novembre 2011 1 commento

Federico Tozzi, Con gli occhi chiusi, 1913
[Le letture del martedì. Di RdB]

Un amore nella campagna toscana tra Pietro e Ghisola. Il racconto dà il meglio nella capacità di Tozzi di descrivere le difficoltà, spesso l’incapacità, di comunicazione degli adolescenti, il girare a vuoto della testa, i lunghi mutismi, gli scoppi d’ira contro tutto e tutti, le giornate passate sul letto, chiusi nella stanza, a non fare niente, l’insanabile dissidio con il padre. Il romanzo è pieno di un naturalismo infarcito di toscanismi: galestro, frustagno, sdrusciò, farfallini, rimendata, astiò, scheggiali, stronco, mezze, romba, testuchi, pennato, ributto, seccarello, rama, sverza, concio, pedano, si ravversarono, piccia, polpacci, fare i gestri, sgorgugliò, compiccio , t’inghebbi, granturchetto, pisciacani, fastella, castrino, arrembata, recisa, parata, scrafia, attraventate, mi fanno gomicciolo, si sguisciavano, birignoccolo, aggavignate, macie, segolette, come picce, gerbo, cretti, meria, …A Tozzi interessa soprattutto la non storia tra Pietro e Ghisola, in un plot che ricorda in parte – con tanta tristezza e senza alcuna ironia – la vicenda di Senilità di Svevo. L’unica storia che accade sono le descrizioni naturalistiche perché la storia tra Pietro e Ghisola è in gran parte solo nella testa dell’uomo. Rimangono così nel ricordo le aie, le locande, le colline toscane: con uomini che non crescono mai e donne che crescono troppo velocemente.

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